I nostri pensieri divengono il nostro mondo. Noi diventiamo ciò che pensiamo. Questo è l'eterno mistero. (Maitri Upanisad)
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri. Mostra tutti i post

mercoledì 1 luglio 2015

Sivasutra di Vasugupta

















Si narra che Śiva, apparso in sogno al suo seguace Vasugupta, gli affidò il compito di diffondere nuovamente nel mondo la dottrina del non-dualismo. Seguendo le indicazioni di Śiva, Vasugupta si recò sul monte Mahādeva e qui, su una lastra di roccia, rinvenne i 77 aforismi che costituiscono gli Śivasūtra, o "aforismi di Śiva"

lunedì 29 giugno 2015

Sadhana Pancakam di Adi Shankaracharya















vedo nityamadhīyatāṁ taduditaṁ karma svanuṣṭhīyatāṁ
 teneśasya vidhīyatāmapacitiḥ kāmye matistyajyatām
pāpaughaḥ paridhūyatāṁ bhavasukhe dośo’nusandhīyatāṁ
 ātmecchā vyavasīyatāṁ nijagṛhāttūrṇaṁ vinirgamyatām

saṅgaḥ satsu vidhīyatāṁ bhagavato bhaktirdṛḍhā”dhīyatāṁ
 śāntyādiḥ paricīyatāṁ dṛḍhataraṁ karmāśu santyajyatām
sadvidvānupasṛpyatāṁ pratidinaṁ tatpādukā sevyatāṁ
 brahmaikākṣaramarthyatāṁ śrutiśirovākyaṁ samākarṇyatām

vākyārthaśca vicāryatāṁ śrutiśiraḥ pakṣaḥ samāśrīyatāṁ
  dustarkātsuviramyatāṁ śrutimatastarko’nusandhīyatām
brahmāsmīti vibhāvyatāmaharahargarvaḥ parityajyatāṁ
  dehe’haṁmatirujhyatāṁ budhajanairvādaḥ parityajyatām

kṣudvyādhiśca cikitsyatāṁ pratidinaṁ bhikṣauṣadhaṁ bhujyatāṁ
  svādvannaṁ na tu yācyatāṁ vidhivaśātprāptena santuṣyatām
śītoṣṇādi viṣahyatāṁ na tu vṛthā vākyaṁ samuccāryatāṁ
  audāsīnyamabhīpsyatāṁ janakṛpānaiṣṭhuryamutsṛjyatām

ekānte sukhamāsyatāṁ paratare cetaḥ samādhīyatāṁ
  pūrṇātmā susamīkṣyatāṁ jagadidaṁ tadvādhitaṁ dṛśyatām
prākkarma pravilāpyatāṁ citibalānnāpyuttaraiḥ śliṣyatāṁ
  prārabdhaṁ tviha bhujyatāmatha parabrahmātmanā sthīyatām

1. Studia i Veda ogni giorno, metti in pratica i loro insegnamenti. Attraverso di essi onora il divino, non desiderare i frutti delle azioni. Abbandona tutte le azioni e le abitudini negative, considera i difetti della felicità mondana. Sviluppa amore verso il Sé, abbandona il prima possibile il tuo io limitato.

2. Accompagnati al sacro e rafforza la fede nel divino. Con determinazione ricerca la pace della mente e prosegui il cammino abbandonando in primo luogo le azioni egoistiche. Avvicinati ad una persona saggia e devota, servila e venera ogni giorno i suoi sandali. Cerca solo la conoscenza del Brahman, espressa dalla sacra sillaba ‘”AUM”, ascolta le parole delle Upanisad.

3. Medita sul significato dei testi e rifugiati nella loro visione. Mantieniti distante dalle discussioni vane, segui il ragionamento dei Veda. Assumi l’attitudine di colui che è consapevole di essere Brahman, abbandona totalmente l’orgoglio. Elimina il concetto dell'Io legato al corpo, non discutere con i saggi.

4. Attraverso la quotiana cura della carità, abbandona il disagio della fame. Non cercare un pasto lauto, accontentati di ciò che ti viene dato. Sopporta il caldo e il freddo e gli altri opposti, non indulgere in parole inutili. Non aspettarti la gentilezza degli altri, abbandona ogni durezza verso gli altri.

5. Vivi felicemente in solitudine, concentra la mente sul Brahman. Percepisci ovunque il Sé che tutto pervade, osserva con distacco il mondo illusorio. Grazie alla conoscenza, distaccati dalle azioni compiute nel passato e dal pensiero di quelle da compiere. In questo modo resterai nella coscienza perfetta del Sé supremo, il Brahman.


sabato 31 gennaio 2015

Yuga-avatara, le incarnazioni di Vishnu












"L'immanente, causa ultima del mondo, natura di tutte le cose, è presente dappertutto, pervade ogni cosa, è senza limiti [...] In ogni momento cruciale della storia del mondo, Vishnu compare nell'aspetto di una individualità personificata [...] La storia delle sue discese, delle sue incarnazioni, delle sue manifestazioni, è senza fine".
Alain Danielou, Miti e dei dell'India

Le principali incarnazioni cicliche di Vishnu scandiscono la storia: le Dasavatara (dieci incarnazioni) sono elencate nella Garuda Purana; quattro sono apparse nel Satya Yuga, la prima delle quattro ere cosmiche descritte nei Veda, tre nel Treta Yuga, l’ottava, Sri Krishna, nel Dvapara Yuga, la nona è Buddha e la decima si deve ancora manifestare, nel Kali Yuga.

Matsya: Vishnu nella forma di un Pesce, salva l’umanità e la conoscenza dei Veda dal grande diluvio.

Kurma: Vishnu nella forma di una Tartaruga, aiuta i Deva ad ottenere l’amrita, il nettare dell’immortalità che era ambito anche dagli Asura; il suo dorso fa da supporto alla creazione del mondo.

Varaha: Vishnu nella forma di un Cinghiale, aiuta Madre Terra nell’ultima inondazionde del Satya Yuga a riemergere dall’oceano.

Nara-Simha: Vishnu nella forma di mezzo Uomo e mezzo Leone, sconfigge il demone tiranno Hiranyakashipu e salva il figlio del demone, Prahlada, devoto di Vishnu.

Vamana: Vishnu nella forma di un Nano, appare per sconfiggere il re dei demoni Bali, si manifesta durante una grande cerimonia organizzata dal re e gli chiede astutamente solo tre piedi di terra, misurati dai suoi piccoli passi, ma la sua natura divina gli permette di estendersi oltre la terra e il cielo sommettendo così Bali.

Paramashurama e Rama: Vishnu nelle due forme di Rama con la scure e di Rama l'incantevole, incarnazione della Perfezione, sconfigge i re della terra divenuti dispotici ed il demone Ravana.

Krishna: Vishnu si incarna nel fanciullo che, insieme a suo fratello Balarama (che nella tradizione puranica dell'India del Sud è la nona incarnazione), insegna all’umanità la via dell’amore.

Buddha: Vishnu nella forma di Buddha, ha il compito di insegnare la liberazione dall’attaccamento, fonte della sofferenza.

Kalki: Vishnu apparirà nella sua decima incarnazione alla fine del Kali Yuga, per porre fine al delirio di onnipotenza dell'umanità.

Secondo il Bhagavata Purana le incarnazioni di Vishnu sono ventidue; nei testi più antichi le incarnazioni della prima era sono manifestazioni di Brahma.

mercoledì 21 gennaio 2015

Mahamudra, il grande sigillo

IL GRANDE SIGILLO dalla Shiva Samhita


Il Grande Sigillo non può essere insegnato, ma tu, benedetto, intelligente Naropa, che affrontando le difficili prove sei paziente nella sofferenza grazie alla devozione verso il maestro, accogli nel cuore queste parole. Lo spazio si appoggia forse su qualcosa? Similmente, il Grande Sigillo non ha nulla su cui appoggiarsi. Rimani rilassato nello stato naturale inalterato. Se si rilasciano i legami senza dubbio si è liberi. Quando si osserva il centro dello spazio si cessa di vedere tutto il resto. Similmente, se si osserva la coscienza, le forme di pensiero si dissolvono e si consegue il sommo risveglio. I banchi di nebbia si dissolvono nello spazio senza andare altrove né rimanere da qualche parte. Similmente, le forme di pensiero scaturiscono dalla coscienza, ma quando si ha la visione della propria coscienza l'onda delle immagini mentali si dissolve. La vera natura dello spazio non ha né colore né forma e non è condizionata né dal bianco né dal nero. Similmente, l'essenza della propria coscienza non ha né colore né forma e non è condizionata né dalla virtù né dal vizio. Il cuore del sole chiaro e limpido non può essere oscurato dal buio delle ere cosmiche. Similmente, la chiara luce che è l'essenza della propria coscienza non può essere oscurata dal ciclo delle ere cosmiche. Si definisce "vuoto" lo spazio, ma lo spazio è indicibile. Similmente, la propria coscienza è detta "chiara luce", tuttavia in essa non c'è nulla che possa essere definito dicendo "è così". Dunque, la vera natura della coscienza è sin dal principio come lo spazio, e non c'è nulla che non confluisca lì. Smetti di fare qualunque movimento fisico e rimani tranquillo nello stato naturale. Non hai nulla da dire, i suoni sono vuoti come l'eco. Non hai nulla a cui pensare, contempla ciò che trascende la mente. Il corpo umano come una canna di bambù, la coscienza al di là dei pensieri come il centro dello spazio: rilàsciati in questo stato senza perdere la consapevolezza né trattenere nulla in mente. La coscienza senza punti di riferimento è il Grande Sigillo. Prendendo dimestichezza con questo stato si ottiene il Sommo Risveglio. La visione del grande Sigillo, che è chiara luce, non può essere conseguita attenendosi alle esposizioni dogmatiche e alle scritture proprie sia del sistema exoterico: sutra (insegnamenti), vinaya (regole), abhidharma (filosofia), paramita (perfezioni) sia di quello esoterico: tantra. Infatti la visione della chiara luce è ostacolata dal dogmatismo. L'osservanza dogmatica dei precetti equivale a non mantenere il vero impegno. Non avere fissazioni à libertà dal dogmatismo. Il pensiero è come l'onda che si alza e ritorna naturalmente. Se non si possiede la consapevolezza del valore autentico, al di là delle idee fisse e comportamenti rigidi, l'impegno spirituale è mantenuto come una lampada che elimina l'oscurità. Quando si è liberi dal dogmatismo, perché non ci si fissa più su una conclusione, si consegue la visione del vero significato di tutti gli insegnamenti. Se si penetra questa verità ci si libera dalla gabbia del divenire. Se si contempla questa verità si brucia tutto ciò che oscura e causa sofferenza. Chi così realizza è detto "lampada dell'insegnamento". Gli sciocchi che non stimano questa verità finiscono per lasciarsi trascinare dalla corrente del divenire. Poveri sciocchi che devono sopportare questa insopportabile sofferenza! Se essi desiderano porvi fine devono seguire una guida esperta e far discendere nel proprio cuore l'energia spirituale, così la loro coscienza sarà libera. Oh, vivere condizionati dal divenire non ha senso e causa sofferenza. L'azione mondana è senza valore, perciò si consideri cos'ha valore e senso. Il supremo modo di vedere è trascendere soggetto e oggetto. La suprema meditazione è non essere distratti. La suprema condotta è assenza di sforzo. La realizzazione della mèta è non avere né speranza né timore. La vera natura della coscienza è chiarezza al di là delle immagini. La mèta della via degli esseri risvegliati è conseguita senza una via da percorrere. Il sommo risveglio è realizzato senza qualcosa da praticare. Oh, considera bene l'esistenza mondana. Essa è transitoria, come un'illusione e un sogno non è qualcosa di reale. Perciò pentiti e lascia l'azione mondana. Taglia completamente i legami affettivi con il tuo seguito ed il tuo Paese. Medita da solo in un eremo di montagna o nella foresta. Rimani nello stato in cui non c'è nulla da meditare. Quando otterrai ciò che non è da ottenere, allora otterrai il Grande Sigillo. Dal tronco di un grande albero si sviluppano rami e foglie, però se lo si taglia di netto alla base tutti i rami seccano. In modo simile, quando si recide la mente alla base seccano le foglie e i rami del divenire. L'oscurità accumulata durante le ere cosmiche è cancellata da una lampada. Similmente, l'unica chiara luce della propria coscienza dissipa gli oscuri ostacoli dell'ignoranza accumulati durante le ere cosmiche. Oh, tramite l'intelletto non si ha visione di ciò che lo trascende; tramite l'azione non si comprende ciò che la trascende. Se desideri attingere ciò che trascende l'intelletto e l'azione, recidi la tua mente alla base e lascia la consapevolezza nuda. Lascia che l'impura acqua dei pensieri si schiarisca. Lascia la realtà fenomenica così com'è, senza affermare né negare. Quando non c'è più attaccamento né rifiuto, si comprende che l'esistenza è il Grande Sigillo. La base di tutto non è nata, perciò è libera dal condizionamento delle tracce psicologiche. Rimani nell'essenza non nata, senza orgoglio e calcolo. Lascia che i fenomeni appaiano naturalmente e le immagini mentali si dissolvano. Il supremo modo di vedere è la completa libertà dal dogmatismo. La suprema meditazione è la vasta profondità senza confini. La suprema condotta è la rottura dei limiti. La suprema mèta è lo stato naturale senza più aspettative. La mente del principiante all'inizio è come una cascata, poi diventa come il fiume Gange che scorre tranquillo, infine è come il confluire dei fiumi nell'oceano, quando madre e figlio si incontrano. Se si è dotati di capacità inferiori, non essendo in grado di rimanere nello stato naturale grazie alle istruzioni precedenti, occorre mantenere la pura consapevolezza attraverso il controllo della respirazione. Inoltre, tramite la fissazione dello sguardo si può concentrare la mente in vario modo, finché non si riesce a rimanere in uno stato di pura consapevolezza. Se ci si affida al "sigillo dell'azione" si può sperimentare il sentire non duale del piacere e del vuoto: quando la sacra energia del metodo e dell'intuizione è armonizzata, va fatta scendere lentamente, poi deve essere trattenuta, tirata indietro, ricondotta alla fonte ed espansa in tutto il corpo. In questo momento, se non c'è più desiderio, sorge il sentire non duale del piacere e del vuoto. Chi pratica in questo modo avrà vita lunga senza capelli bianchi e crescerà come la luna; avrà un aspetto luminoso e la forza del leone; otterrà velocemente i poteri ordinari e rimarrà assorbito nel sommo risveglio. Questa istruzione personale sull'essenza del Grande Sigillo possa rimanere nel cuore degli esseri destinati a riceverla.

Insegnamenti del saggio Tilopa (928-1009) al suo allievo Naropa (956-1040)

sabato 1 novembre 2014

Versetti del Dhammapada















dal Dhammapada (pāli, in sanscrito Dharmapada o Udānavarga), Cammino del Dharma, testo del Canone buddhista formato da 423 versetti. Secondo la tradizione, sono stati realmente pronunciati da Buddha.

157

Se siamo cari a noi stessi

ci veglieremo solleciti

giorno e notte.

158

E' saggio

consolidare se stessi

prima di dare indicazioni agli altri.

159

Il più difficile dei discepoli siamo noi stessi.

Pratica quello che insegni:

doma te stesso

prima di cercare di domare altri.

160

In verità è su di noi

che possiamo contare;

come contare

su qualcun altro?

E' un raro rifugio

arrivare ad affidarci

a noi stessi.

161

Come un diamante taglia la pietra

in cui un tempo albergava

così può sbriciolarti il male

che tu stesso compi.

Cresce la presunzione e la brama degli stolti

con l’esigere immeritata autorità

riconoscimento e compenso;

la falsità colora la loro sete

vogliono esser visti

potenti e perspicaci.

Come un’ape raccogliendo il nettare

non nuoce né danneggia

il colore e il profumo del fiore

così il saggio si muove

nel mondo.

Non soffermarti sugli errori

e i difetti degli altri;

cerca invece di esaminare

con chiarezza i tuoi.

Non tua madre non tuo padre

né chiunque della famiglia

può darti dono più prezioso

di un cuore ben diretto.

E’ sempre un piacere

non avere a che fare con gli stolti.

Fa sempre bene incontrare chi è nobile d'animo

ed è una gioia viverci insieme.

Se compi un’azione salutare

falla di nuovo.

Gioisci nel ricordarla.

Il frutto della bontà è la contentezza.

Anche chi fa del male

può gioire

finché le sue azioni

non hanno dato frutti.

Ma maturati gli effetti

delle azioni

non potrà evitarne

le dolorose conseguenze.

Una mano senza ferite

può maneggiare il veleno

e non subire danno;

così il male non tocca

chi non lo compie.

Se con intenzione fai male

a una persona innocente

una persona pura e senza macchia

il male si ritorcerà contro di te

come sottile polvere gettata nel vento.

Alcuni rinascono come esseri umani

chi fa del male rinasce in un inferno

chi fa del bene nella beatitudine

e il puro entra nella terra senza sentieri.

Non c’è luogo sulla terra

non caverna di montagna

non oceano né cielo

dove sfuggire le conseguenze

delle cattive azioni.

Non c’è luogo sulla terra

non caverna di montagna

non oceano né cielo.

domenica 22 dicembre 2013

Mahabharata - testo italiano
























"Dopo essersi sottoposto a severe penitenze e prolungate meditazioni, il saggio Vyasa, che per tutta la sua vita aveva sempre mantenuto fede ai propri voti e osservato le pratiche delle ascesi spirituali, studiò con grande attenzione e serietà l'eterna conoscenza contenuta nei Veda, testi che a quel tempo non erano ancora stati messi per iscritto, ma erano ripetuti solo in forma orale. Consapevole delle difficoltà in cui sarebbe incorsa la gran parte della gente, di regola poco incline al ragionamento analitico, cercò di rendere in maniera semplice e chiara i concetti filosofici ivi espressi.
Intanto gli avvenimenti che il rishi si accingeva a narrare erano in pieno svolgimento e la presenza di Shri Krishna sul pianeta gli diede l'ispirazione giusta per delineare nella sua mastodontica opera anche i principi fondamentali della spiritualità. E nella sua mente vasta e profonda come l'oceano, la storia che avrebbe poi chiamato Maha-bharata prese corpo, con tutte le sue delicate forme espressive e i suoi concetti divini racchiusi nell'incalzare delle vicende.
Dal giorno in cui il saggio aveva cominciato a meditare e a richiamare nella sua mente il Maha-bharata erano trascorsi diversi anni e, quando alla fine lo ebbe terminato, ritenne opportuno metterlo per iscritto in modo da divulgarlo tra le genti. In quei giorni in suo aiuto venne il Deva Ganesha che fu ben felice di accettare l'incarico di scrivano; e ben presto l'intera opera divenne una meravigliosa realtà. Il Maha-bharata fu diviso in 18 Parva e 1.929 sezioni, con un totale approssimativo di 100.000 versi.
Ben tre anni trascorsero prima che l'intero lavoro fosse compiuto. Sappiate, o saggi dal cuore totalmente libero dalle terribili contaminazioni della lussuria e della rabbia, che mai in questo mondo fu messa per iscritto un'opera più sublime. Ascoltate con attenzione mentre la recito..."

leggi il Mahabharata (testo italiano)

giovedì 28 febbraio 2013

viaggio nell'India di Ganesha




















"L’elefante nero di pietra vulcanica che, dal centro della città, osserva, immobile, ogni movimento, incontra lo sguardo di un volto d’elefante, adornato di fiori, dolcemente cullato su una portantina da una comunità di fedeli che lo accompagna cantando fino alla riva sabbiosa del mare. La gioiosa processione, che si lascia alle spalle chiese barocche e bazar pakistani, è il culmine della festa per il compleanno di Ganesha, il dio dalla testa d’elefante, che una comunità, lontana dalla propria isola dell’Oceano Indiano, celebra su un’altra isola, del Mediterraneo"...

incipit de "L'elefante e la metropoli"

leggi un brano del libro su Ganesha

leggi un brano del libro su Shiva e Shakti

leggi la recensione di Giuliano Boccali "Viaggio nell'India di Ganesha"


sabato 15 dicembre 2012

Shiva Nataraja e Pashupati, il Signore della danza e degli animali

























Shiva è il Nataraja,il Signore della danza, la sua è la danza cosmica, mediante la quale l'universo viene manifestato, conservato e riassorbito. Secondo la cosmologia hindu l'universo non ha sostanza.
La materia, la vita, il pensiero non sono che relazioni energetiche, ritmo, movimento e attrazione reciproca. Il principio che dà origine ai mondi, alle varie forme dell'essere, può dunque essere concepito come un principio armonico e ritmico, simboleggiato dal ritmo dei tamburi, dai movimenti della danza. In quanto principio creatore, Śiva non profferisce il mondo, lo danza.

Rudra abita le foreste e le giungle. E' chiamato Pasupati, signore delle belve (Satapatha Brahamana, XII,7,3,20).

Al gregge di Siva appartengono tutti gli esseri viventi, compreso l'uomo.
In ogni forma d'esistenza sono presenti in grado diverso i differenti aspetti dell'essere. Non c'è dio senza animalità, nè animale senza umanità, nè uomo senza parte di divinità.
In ogni uomo si distinguono tre componenti, chiamate 'pati, pasu e pasa'.
Coloro nei quali è dominante l'aspetto pati sono sapienti prossimi agli dei, che comprendono le regole del gioco divino, della creazione, e vi partecipano. L'insieme degli uomini in cui predomina l'elemento animale è chiamato pasu (gregge). Un elemento astratto 'pasa' ( il vincolo) esprime l'unità e l'interdipendenza di tutte le forme della vita.
Pasa è l'insieme delle leggi che tengono uniti i vari elementi della materia e dell'essere vivente intrappolato nella creazione. Non c'è altra morale che il rispetto del pasa, del vincolo, ossia dell'interdipendenza in noi dell'animale e del divino, e della realizzazione del posto che occupiamo nell'insieme dell'opera divina, delle affinità che ci legano alle specie animali e vegetali, e delle responsabilità che questi rapporti implicano. Si può definire il pasa come legge naturale, ossia la legge divina. Ogni altra legge morale non è che una convenzione sociale, la quale non può aver valore su un piano universale. Ogni vera morale deve conformarsi a queste leggi fondamentali su cui è basata la creazione.
Le convenzioni sociali fissate da leggi umane non hanno a nulla a che vedere con la religione. Ovunque si estenda il culto di Siva ritroviamo l'importanza attribuita al mondo animale e vegetale.

Siva guardò gli dei e disse loro: Io sono il signore degli animali... I coraggiosi Titani, gli Asura potranno essere distrutti solo se ciascuno degli dei e degli altri esseri assumerà la sua natura di animale. Gli dei esitavano a riconoscere il loro aspetto animale. Siva disse loro: Non è una riduzione riconoscere il proprio animale. (Siva purana, Rudra Samitha, V, 9)

Per vigilare sugli animali, sulle piante e anche sugli uomini, Siva creò i Vidyesvara (maestri del sapere) che appaiono in veste di geni delle foreste, satiri, ninfe, fate, angeli custodi. Sono i geni protettori della creazione.
Pasuapati ne è il capo e attraverso di loro si manifesta in tutti gli aspetti del mondo naturale.
Siva risiede nelle montagne e nelle foreste; là c'è il presentimento della sua misteriosa presenza e là, in caverne o luoghi isolati, gli si erigono santuari e gli si recano offerte.

Alain Danielou, Shiva e Dioniso

lunedì 29 ottobre 2012

Vac, dea della parola























"Nella Bradāranyaka Upanisad, donne e uomini dialogano insieme sulla conoscenza e sull’essenza del Sé, dal più noto dialogo tra Maitreyī e il marito Yājnavalkya, al confronto tra il saggio e la giovane Gārgi, l’unica che riesce a mettere alla prova il suo sapere e a giudicare la sua conoscenza: “Allora Gargi disse: Riveriti Brahmana, dovreste considerarvi fortunati se vi congederete porgendo il vostro omaggio a Yajnavalkya, poiché nessuno di voi potrà superarlo nel descrivere la realizzazione del Brahman” Bradāranyaka Upanisad (III, 8, 12).

Non soltanto Maitreyi e Gargi sono donne che prendono la parola, ma la parola stessa è donna: nel Rg Veda è personificata dalla dea Vāc che contiene tutti i mondi, “quindi la parola è tutto” Aitareya Āranyaka (III, 1, 6).

Uno dei suoi aspetti principali è la Gāyatrī, “nome che viene applicato soprattutto a un metro vedico di ventiquattro sillabe (tre volte otto) e ad una strofa sacra, sempre in questo metro, considerata come contenitore dell’essenza dei Veda e rappresentata come loro madre” A. Danielou, Miti e dei dell’India.

La Gayatri è il mantra più importante, come la sillaba OM, “è questo intero universo, tutto ciò che è venuto in essere. E la parola è la Gayatri, poiché la parola canta e protegge questo intero universo che è venuto in essere” Chāndogya Upanisad (CXI,12,1).

E ancora, il flusso della parola e del sapere è incarnato dalla dea Sarasvatī, madre della poesia e rivelatrice del linguaggio e della scrittura all’umanità, e Parvati è la sostanza cosciente dell’universo, generata da Himavat, signore delle montagne, e Menakā, sua madre, ovvero l’intelletto. […]

Nella cultura vedica la parola occupa “non solo il primo posto, ma un posto unico, poiché la sua natura non può essere paragonata a quella di nessun altro essere” R. Panikkar, I Veda. Mantramanjari.

In un inno del Rg Veda, così si esprime Vāc, dea della parola, principio vivificatore di tutti gli esseri:

Io sono colei che governa, colei che accumula tesori,

piena di saggezza, la prima tra coloro che sono degni di adorazione,

l’energia divina mi spinge in molti luoghi,

entro in molte case e assumo numerose forme.

Rg Veda, X, 125, Devī Sūktam.

La relazione tra l’essere e la parola è costitutiva, è advaita, non dualistica, e si rispecchia nelle cose: “ogni cosa ha il suo vocabolo e ogni vocabolo dice una cosa. Il vocabolo non è la cosa, ma la dice. La cosa non è il vocabolo, ma è essa che lo realizza”; tra la parola e la mente sussiste la stessa relazione advaita, che Panikkar esemplifica attraverso un antichissimo racconto:

un tempo vi fu una disputa tra la Mente e la Parola. “Io sono eccellente”, disse la Mente, e la Parola disse, “Io sono eccellente”. La Mente disse: “Io sono certamente migliore di te, poiché tu non esprimi nulla che non sia precedentemente capito da me. Così, dato che tu imiti solamente ciò che io faccio e mi segui semplicemente, io sono sicuramente migliore di te”. La Parola disse: “Io sono sicuramente migliore di te, poiché tutto ciò che tu conosci, io lo faccio conoscere, io lo comunico”.
Andarono da Prajāpati, chiedendo il suo arbitrio. Prajāpati si pronunciò a favore della Mente, dicendo: “Sicuramente la Mente è migliore, poiché tu imiti solamente e segui ciò che la Mente fa”[…]. La Parola parlò a Prajāpati: “Io non diverrò mai veicolo della tua oblazione! Io, che tu hai rifiutato!” da R. Panikkar, I Veda. Mantramanjari.

Per questo, qualunque cosa durante un rito sia effettuata per Prajāpati, viene svolta silenziosamente, per il rifiuto della Parola di condurre oblazioni a quel dio".

da "L'Elefante e la metropoli" 

mercoledì 19 settembre 2012

Ganesh Chaturthi























Oggi si celebra Ganesh Chaturthi, il compleanno di Ganesha.

I Mantra per il Chaturthi

"Ganesa, o Ganapati, è il signore delle masse e delle categorie, Gana; colui che è oltre i Guna, - con la parola sanscrita Guna si indicano le tre categorie dell’essere: rajas, sattva, tamas (esistenza, coscienza ed esperienza, o anche energia, equilibrio ed inerzia - ed al tempo stesso li incarna tutti:

tu oltre i quattro stati della parola,

tu oltre la triade dei Guna,

tu oltre la triade dei luoghi,

tu oltre la triade dei corpi,

tu oltre la triade dei tempi.

Ganapati Upanisad, IV, 2-6.

Oltre il tempo: Vighnesvara, uno degli attributi di Ganesha, è il signore che rimuove gli ostacoli, interrompe la scansione del tempo storico tra passato, presente, futuro e “fa sparire il timore inerente al tempo e alla durata” (A. Sankarāchārya, commento alla Ganapati Upanisad, VII sec.)

[…] molteplici sono le storie della nascita di Ganesha.

Un giorno, Parvati voleva fare il bagno, e creò dalla farina di grano con cui si cospargeva il corpo il giovane Ganesha; poi lo pose di guardia all’entrata del bagno, chiedendogli di non far avvicinare nessuno. Quando si avvicinò uno sconosciuto, il giovane lo respinse, ma a voler entrare era Shiva, compagno di Parvati, che non sapeva della nascita del ragazzo e che, infuriato, lottò con lui fino a tagliargli la testa con il tridente. La madre era addolorata e Shiva, disperato per aver ucciso il figlio, vagava in cerca di una soluzione, quando vide un’altra madre addolorata che piangeva il proprio figlio: erano elefanti. Dalla testa dell’elefantino e dal corpo del giovane morto, rinasce Ganesha.

In altri racconti, Parvati desiderava un figlio e per un anno offrì una puja a Vishnu, che si incarnò sotto forma di Krishna nel bambino appena nato, ma durante i festeggiamenti Parvati invitò Sani, figlio del dio Surya, il sole, a guardarlo, dimenticandone i poteri fatali: il suo sguardo incenerì la testa del bambino, che fu sostituita con quella di un elefantino; o ancora, il figlio di Parvati ricevette la testa di Gajasura, uno spiritello dispettoso con sembianze di elefante che, approfittando della facilità con cui Shiva concede sempre grazie ai propri devoti, aveva ottenuto di poter tenere il dio nel proprio ventre. Dopo averlo liberato, l’asura gli chiese di esaudire ancora un desiderio: che la propria testa fosse adorata come una divinità.

Ad accomunare tutte le diverse “traduzioni” del mito, vi sono sempre la generazione del figlio ad opera soltanto della madre Parvati, e la simbologia delle sembianze d’elefante, metafora dell’unione profonda tra umano ed animale, che rendono Ganesha una straordinaria rappresentazione dell’ibridità e dell’alterità […].

È dalla propria testa di elefante che Ganesha ruppe una zanna, dimostrando un grande amore nell’impegno di “traduttore” del Mahābhārata:

Il saggio Vyāsa, che per tutta la sua vita aveva sempre mantenuto fede ai propri voti e osservato le pratiche delle ascesi spirituali, studiò con grande attenzione e serietà l’eterna conoscenza contenuta nei Veda, testi che a quel tempo non erano ancora stati messi per iscritto, ma erano ripetuti solo in forma orale. […] Nella sua mente vasta e profonda come l’oceano, la storia che avrebbe poi chiamato Mahābhārata prese corpo, con tutte le sue delicate forme espressive e i suoi concetti divini racchiusi nell’incalzare delle vicende. Dal giorno in cui il saggio aveva cominciato a meditare e a richiamare nella sua mente il Mahābhārata erano trascorsi diversi anni e, quando alla fine lo ebbe terminato, ritenne opportuno metterlo per iscritto in modo da divulgarlo tra le genti. In quei giorni in suo aiuto venne il Deva Ganesha che fu ben felice di accettare l’incarico di scrivano (I,2).

Vyāsa e Ganesha si erano reciprocamente promessi di non si fermarsi mai durante la stesura del poema; quando la sua penna si spezzò, il dio non esitò a rompere una delle proprie zanne per intingerla nell’inchiostro, per questo è chiamato anche Ekadanta, colui che ha una sola zanna. Se ogni traduttore mette nel proprio lavoro una parte di sé, Ganesha ci ha messo anche la zanna… […]

Amore, intelligenza o entrambi? Cosa muove il piccolo Ganesha, nella giocosa sfida lanciata da Shiva per assegnare un mango come premio al primo tra i due figli capace di compiere velocemente un giro del mondo? Mentre Skanda - o Kartikeya, figlio minore di Parvati e Shiva, fratello di Ganesha - si lancia in un vorticoso viaggio intorno al pianeta, sulle ali del suo pavone, Ganesha gira attorno ai genitori, pretendendo il mango, perché Parvati e Shiva sono tutto l’universo: il microcosmo ed il macrocosmo coincidono. È questo il senso più profondo della simbologia di Ganapati, in cui il corpo umano incarna il microcosmo, la testa dell’elefante esprime la coscienza dell’universo, l’Atman che tutto pervade, e la loro comunione esprime la non dualità della formula upanisadica tat tvam asi: tu sei quello. Ulteriori significati sono dati dalle grandi orecchie, simili ai setacci per dividere il grano dalla pula, simbolo del discernimento, e dalla costante presenza di un piccolo topo, Mūsika Vāhana, capace di vedere al buio e muoversi anche nell’oscurità, superando l’ignoranza".





lunedì 10 settembre 2012

Ahimsa e alimentazione








“Di fronte a colui che è fermamente stabilito nell’ahimsa, spontaneamente tutti abbandonano l’ostilità e la violenza”. Yoga Sutra, II, 35

«La natura desiderabile di questa siddhi è evidente. Ovunque uno yogi perfetto nell’ahimsa si trovi, non può sorgere nessuna ostilità, e se è già presente in qualche forma, alla comparsa dello yogi cesserà spontaneamente. La perfezione nell’ahimsa è la realizzazione vivente della preghiera di San Francesco, ed è veramente uno strumento di pace divina. […] Molte volte è stato osservato che in presenza di saggi perfetti, gli animali selvatici diventano docili, anche amichevoli, non solo verso gli esseri umani ma anche verso i loro nemici abituali e le prede. “In presenza di colui che segue l’ahimsa, anche nemici naturali come il serpente e la mangusta rinunciarno al loro antagonismo”, dice Shankara. Molti esseri umani dall’indole violenta sono diventati pacifici e gentili dopo il contatto con un santo che fosse perfettamente realizzato nell’ahimsa».

da Swami Nirmalananda Giri, Commento agli Yoga Sutra di Patanjali

«La dieta vegetariana trova le sue antiche radici nel concetto di ahimsā, ovvero il non nuocere in alcun modo ad alcun essere vivente, comune a molte correnti del Sanātana dharma, del buddhismo e del giainismo, che recepivano uno dei principi fondamentali della filosofia yoga (Yoga Sūtra, II, 30): “rinunciare ad ogni uccisione o crudeltà verso gli animali” (Shiva Samhitā, III, 33). Già lo Yajurveda recitava: “mangiare la carne di un cavallo o di altri animali è proibito da questi versi. Coloro che mangiano la carne degli animali dovrebbero estinguersi. Coloro che allevano e rendono utili gli animali meritano lodi; gli animali come i cavalli non dovrebbero essere uccisi, né le loro carni cucinate per essere mangiate (Yajurveda, XX, 30, 37).
[…] Nella tradizione vedica, invece, non vi è un animale più sacro degli altri, poiché tutto è partecipe di un’armonia cosmica; nella Bhagavadgītā, che evidenzia il passaggio dai riti sacrificali cruenti all’offerta di frutti della natura, il dio Krisna spiega ad Arjuna: “se qualcuno mi offre con devozione una foglia, un fiore, un frutto o dell’acqua, io accetto tale offerta fatta con amore da chi ha l’animo puro; tutto quello che si fa, tutto ciò che si mangia, tutto ciò che si offre, quali che siano le privazioni che si possano eseguire, o figlio di Kunti, deve essere fatto come se si trattasse di restituirmi qualcosa che io ti abbia dato (Bhagavadgītā, IX, 26-27). Ogni frutto della natura è un dono divino, perciò il cibo è considerato sacro e l’alimentazione fondamentale sia per l’equilibrio fisico che per l’equilibrio spirituale; pertanto, prima di essere cucinati, gli alimenti dovranno essere purificati lavandoli scrupolosamente, recitando i mantra».






lunedì 3 settembre 2012

Bhagavad Gita











Il Mahabharata è antichissimo e vasto, lungo sette volte l’Iliade e l’Odissea messe insieme, tre volte la Bibbia, con i suoi centomila versi è uno dei più lunghi poemi mai scritti. Al suo interno, settecento quartine di ottonari che hanno influenzato la storia dell’India ma anche quella del mondo intero: la Bhagavad-Gita, “Il canto del glorioso signore”, è un vero e proprio manuale d’istruzioni per vivere, scritto probabilmente nel II secolo a.C e proveniente da una tradizione orale precedente, secondo alcuni risalente a migliaia di anni prima.

Secondo la Bhagavad-Gita, peraltro articolata e ricca di sfumature, ognuno ha un suo dovere e un suo ruolo nel mondo, e deve compierlo con la massima devozione, senza alcun attaccamento al risultato, semplicemente dedicando in modo sincero le sue azioni al divino. Il poema, per usare le parole di Gandhi, “descrive la battaglia che sempre infuria tra gli infiniti Kaurava e Pandava che abitano dentro di noi. È una lotta tra le innumerevoli forze del bene e del male che si personificano in noi come vizi e virtù”.
La Bhagavad-Gita è un coraggioso invito alla vita attiva, con alcune fondamentali istruzioni pratiche sullo Yoga in quanto tecnica per imparare il controllo della mente e del corpo: “lo yoga che pone fine alla sofferenza è per chi è misurato nel cibo e nel divertimento, è misurato nelle sue azioni, è misurato nel sonno e nella veglia”. (VI 17)

lunedì 27 agosto 2012

Shiva e Shakti

















"La radice sanscrita Śa è, al tempo stesso, principio dell’immutabilità e della trasformazione; Shakti è il cambiamento dell’immutabilita, mentre Shiva è l’immutabile che costituisce la base del cambiamento. L’esperienza di unità tra l’immutabile ed il mutevole supera la dualità, fino al punto che Shiva e Shakti, pur essendo due figure distinte, sono la stessa realtà.

Un eremita dal corpo cosparso di cenere azzurra, dai lunghi capelli arruffati, con un serpente avvolto intorno al collo, incoronato solo dalla luna, così nell’iconografia è raffigurato Shiva, mentre Parvati indossa un elegante sari rosso ed è adornata da gioielli; insieme sono simboli di rinuncia e di abbondanza, di austerità e di prosperità, che non sono principi opposti, anzi non possono darsi separatamente: non può esserci prosperità e abbondanza senza rinuncia e austerità. Nella prospettiva filosofica vedica, l’Ātman, il Sé cosmico, è l’essenza di tutte le forme e di tutti gli esseri viventi, dunque la conoscenza non si esprime attraverso il linguaggio della logica oppositiva: Shiva è l’immanifesto e Shakti il manifesto, Shiva la staticità e Shakti il dinamismo, Shiva il senza forma e Shakti la forma, Shiva la coscienza e Shakti l’energia, ma non vi è alcuna contrapposizione, poiché tutto è partecipe dello stesso Atman, esente da dualità, dato che essa comporterebbe una limitazione. Se definire è limitare, separando dal simile o dal dissimile, l’Atman non potrà essere definito nei termini di nessuna categoria: “Neti, Neti”, non sei questo, non sei quello, recitano le Upanisad"

da "L'elefante e la metropoli" di Luca Cangemi.

martedì 31 luglio 2012

Krishnamurti: la meditazione

















"...se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione ... se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di districarti dalla confusione e dall'infelicità della vita, allora diventa un'esperienza dell'immaginazione — e questa non è meditazione. La mente conscia o la mente inconscia non debbono aver parte in essa; non devono neppure essere consapevoli dell'estensione e della bellezza della meditazione. Nella totale attenzione della meditazione non c'è alcuna conoscenza, alcun riconoscimento, né il ricordo di qualcosa che sia già avvenuta. Il tempo e il pensiero sono totalmente cessati, poiché sono il centro che limita la propria visione ... la meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini ... La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie ... Meditare è deviare da questo mondo ... Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice ottenere l'esperienza, o vivere nell'esperienza, nega la purezza della meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine ... La meditazione è la cessazione del pensiero ... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il centro intorno al quale c'è lo spazio dell'idea, e questo spazio può essere allargato da ulteriori idee. Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui non c'è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insieme. L'immensità del silenzio è l'immensità della mente in cui non esiste un centro. La percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensiero. Il pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa è il suo confine ... La meditazione non è un'attività dell'isolamento, ma l'azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l'obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall'invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere — che generano inimicizia. La libertà da questi mali passa attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l'autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e perde ogni significato ... La meditazione non è una continuazione o una espansione dell'esperienza. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienza. L'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato ... la meditazione è lo svuotarsi dell'esperienza, è la totale inazione che proviene dalla mente che vede ciò che è, senza l'ostacolo del passato né del testimone che vive legato alla memoria del passato ... Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori ... Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere. Se tu dici: "Oggi comincerò a controllare i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente" — allora sei preso nei trucchi con cui inganniamo noi stessi. La meditazione non è l'essere assorti in qualche idea o immagine grandiosa ... La mente meditativa è vedere, osservare, ascoltare senza la parola, senza commento, senza opinione — attentamente e costantemente — il movimento della vita in ogni suo rapporto; allora sopraggiunge un silenzio che è negazione del pensiero, un silenzio che l'osservatore non può richiamare. Se ne facesse esperienza, riconoscendolo, non sarebbe quel silenzio. Il silenzio della mente meditativa non è nei confini dell'individuabilità, e non ha frontiere ... La meditazione necessita della libertà — che è totale negazione della morale e dei condizionamenti sociali — la libertà viene prima della meditazione, ne rappresenta il primo movimento. Non è una pratica pubblica dove in molti si uniscono e offrono preghiere. Sta a sé ed è sempre al di là dei confini della condotta sociale. Infatti la verità non è nelle cose del pensiero o in ciò che il pensiero ha costruito e chiama verità. La negazione totale di questa struttura del pensiero è la realtà della meditazione. La meditazione è un movimento incessante. Non si può mai dire che si sta meditando, o dedicare un periodo di tempo alla meditazione. La meditazione non è ai tuoi ordini. La sua benedizione non ti viene perché conduci una vita per così dire sistematizzata o segui una particolare routine o morale. Viene solo quando il tuo cuore è veramente aperto. Non aperto dalla chiave del pensiero, non reso sicuro dall'intelletto, ma quando è aperto come il cielo senza nuvole; allora viene senza che tu lo sappia, senza che tu la chiami. Ma non puoi mai custodirla, possederla, adorarla. Se cercherai di farlo, non verrà più, ti eviterà. Nella meditazione tu non sei importante, non occupi un posto; la sua bellezza non sei tu, la sua bellezza è in sé..."

da Jiddu Krishnamurti - "Sul meditare e la meditazione".



venerdì 25 maggio 2012

sivananda: kundalini yoga
























Che Cos'è lo Yoga? La parola ' yoga ' viene dalla radice sanscrita ' yuj ', che significa unire. In senso spirituale, è quel processo per cui lo yogi realizza l'identità tra jivatman e Paramatman. L'anima umana è portata in cosciente comunione con Dio. ' Yoga è dominare le modificazioni mentali. Yoga è quell'inibizione delle funzioni della mente che conduce all'attenersi dello Spirito nella sua vera natura. Il controllo di queste funzioni della mente avviene per mezzo di abhyasa e vairagya'. (Yoga sutra). Lo yoga è la scienza che insegna il metodo di unire lo Spirito umano con Dio. Lo yoga è la scienza divina che disincaglia il jiva dal mondo fenomenico degli oggetti dei sensi e lo lega con l'infinita Beatitudine (ananta Ananda), la Pace suprema (parama Shanti), la Gioia continua e una Potenza che sono attributi inerenti dell'Assoluto. Lo yoga dà mukti attraverso l'asamprajnata samadhi, distruggendo tutti i sankalpa di tutte le precedenti funzioni mentali.
Il samadhi non è possibile senza ridestare Kundalini. Quando lo yogi ottiene lo stato più elevato tutti i suoi karma vengono bruciati, e consegue la liberazione dalla ruota del samsara.

leggi alcuni brani del libro di Swami Sivananda:

L'ALIMENTAZIONE YOGICA

I CHAKRA

LE NADI

IL RISVEGLIO DI KUNDALINI

LEGGI IL LIBRO (testo italiano integrale)

venerdì 18 maggio 2012

sivananda: mitahara, l'alimentazione yogica















Un sadhaka deve osservare una disciplina perfetta. Dev'essere civile, pulito, cortese, gentile, nobile e grazioso nel comportamento. Nella sadhana, deve avere perseveranza, volontà adamantina, pazienza asinina e tenacità da sanguisuga. Dev'essere perfettamente autocontrollato, puro e devoto al guru. Un ghiottone, o chi è schiavo dei sensi, e ha parecchie cattive abitudini, non è idoneo per il sentiero spirituale.

Mitaharam vina yastu Yogarambham tu karayet Nanarogo bhavettasya kinchit Yogo na siddhyati. Senza osservare moderazione nella dieta, se uno intraprende le pratiche yogiche non può ottenere nessun beneficio, ma prende diverse malattie'. (Gheranda Samhita V-16). Il cibo svolge un ruolo importante nella sadhana yoga. Un'aspirante dev'essere molto attento nella selezione di articoli di natura sattvica, specialmente all'inizio dei suo periodo di sadhana. In seguito, ottenuta la perfezione (siddhi), le drastiche dietetiche possono essere rimosse. La purità del cibo conduce alla purezza della mente. Il cibo sattvico favorisce la meditazione. La disciplina del cibo è veramente molto necessaria per la sadhana yogica. Se la lingua è controllata, sono controllati tutti gli altri sensi. Ahara Suddhau Sattva Suddhih, Sattva Suddhau dhruva smritih; Smriti labhe sarva granthinam vipramokshah. ' Dalla purità del cibo segue la purificazione della natura interiore, con la purificazione della natura interiore la memoria diviene ferma; e rafforzando la memoria ne consegue lo scioglimento di tutti i legami, e così il saggio ottiene Moksha '.

Vi darò una lista di articoli sattvici per un sadhaka. Latte, riso, orzo, farina, havirannam, charu, formaggio, burro, lenticchie verdi, mandorle, zucchero candito, uvetta, kichidi, diversi tipi di vegetali, piantaggine, parwal, bhindi, melograni, arance, uva, mele, banane, mango, datteri, miele, zenzero essiccato, pepe nero, ecc., sono gli articoli sattvici della dieta prescritta per il praticante yoga. Charu: bollite mezza misura di latte assieme a del riso bollito, ghì (burro chiarificato) e zucchero. È un cibo eccellente per gli yogi. Questo per il giorno; per la sera, mezza misura di latte basterà. Il latte non dev'essere bollito troppo; dev'essere tolto dal fuoco non appena raggiunge il punto di ebollizione. Il troppo bollire ne distrugge i principi nutritivi e le vitamine, e lo rende del tutto inutile. È un cibo ideale per i sadhaka, un cibo di per sé perfetto. Una dieta di frutta esercita un'influenza benefica sulla costituzione. È una forma naturale di dieta. I frutti sono grandissimi produttori di energia. Una dieta di frutta e latte aiuta la concentrazione e facilita la focalizzazione mentale. Orzo, farina, latte e ghì favoriscono la longevità e aumentano forza e potenza. Il succo di frutta e l'acqua in cui è disciolto dello zucchero candito sono ottime bevande. Si possono prendere burro mischiato con zucchero candito, e mandorle inzuppate nell'acqua. Queste rinfrescheranno il sistema.

Piatti acidi, caldi, piccanti e aspri, sale, senape, assafetida, peperoncino, tamarindo, yogurt aspro, chutny, carne, uova, pesce, aglio, cipolla, bevande alcoliche, cose acide, cibo passato, frutti troppo o poco maturi, e altri articoli che non si confanno col vostro sistema devono essere evitati completamente. Il cibo rajasico distrae la mente; eccita la passione. Vivete una vita naturale. Prendete cibo semplice e piacevole, Dovete avere il vostro menù per soddisfare la vostra costituzione. Voi stesso siete la migliore autorità per selezionare una dieta sattvica. L'esperto nello yoga deve abbandonare gli articoli di cibo nocivi alla pratica yoga. Durante la sadhana intensa viene prescritto latte (e anche ghì). Ho dato sopra parecchi articoli di natura sattvica. Questo non significa che dovete prendere tutto. Dovrete scegliere quelle cose che sono facilmente ottenibili e adatte a voi. Il latte è il cibo migliore per gli yogi. Ma, per alcuni, anche una piccola quantità di latte è dannosa; inoltre può non essere adatto a tutte le costituzioni. Se una forma di dieta non è adatta o vi sentite stitici, cambiate dieta e provate altri articoli sattvici. Questo è yukti. In materia di cibo e bevande dovete essere un maestro. Non dovete avere il minimo desiderio o brama dei sensi verso nessun cibo particolare. Non dovete diventare schiavo di nessun oggetto particolare.

Il cibo pesante conduce allo stato tamasico e induce solo sonno. Esiste il malinteso comune che è necessaria una grande quantità di cibo per avere forza e salute. Molto dipende dal potere d'assimilazione e d'assorbimento. Generalmente, nella stragrande maggioranza dei casi, molta parte del cibo passa via non digerito assieme alle feci. Riempite metà stomaco con cibo sano, riempitene un quarto con acqua pura, e lasciate il resto libero. Questo è mitahara, che gioca una parte vitale nel mantenersi in perfetta salute. Quasi tutte le malattie sono dovute all'irregolarità dei pasti, al mangiare troppo e al cibo insano. Mangiare ogni cosa in qualsiasi momento come una scimmia è molto pericoloso. Un tale uomo può diventare facilmente un rogi (ammalato), ma mai uno yogi. Ascoltatel'enfatica dichiarazione del Signore Krishna: ' Il successo nello yoga non è per colui che mangia troppo o troppo poco - né per colui che dorme troppo o troppo poco' (Bhagavad Gita VI-16). Di nuovo, nella diciottesima strofa dello stesso capitolo, dice: ' Per colui che è moderato nel mangiare, nel dormire e nella veglia, lo yoga diventa distruttore di miseria'. Un ghiottone non può avere fin dall'inizio una regolamentazione della dieta e osservare mitahara. Deve praticar questo gradualmente. Dapprima prenda meno quantità, due volte al giorno come al solito. Quindi, invece dell'usuale pesante pasto serale, prenda per alcuni giorni soltanto frutta e latte. A tempo debito, può evitare completamente il pasto serale e cercare di prendere frutta e latte durante il giorno. Quelli che fanno sadhana intensa devono prendere soltanto latte, che è un cibo in sé perfetto. Se necessario possono prendere qualche frutto facilmente digeribile. Se un ghiottone, tutto d'un tratto, si volge a una dieta di frutta o latte, desidererà ogni momento mangiare una cosa o l'altra. Questo è brutto. Ripeto ancora una volta, è necessaria una pratica graduale. Non digiunate molto; ciò produrrà debolezza in voi. Un digiuno occasionale, una volta al mese o quando le passioni vi turbano molto, sarà sufficiente. Durante il digiuno non dovete nemmeno pensare ai diversi tipi di cibo. Il pensiero costante del cibo, quando digiunate, non può portarvi il risultato desiderato. Durante il digiuno, evitate le compagnie. Vivete da soli. Utilizzate il vostro tempo nella sadhana yogica. Dopo un digiuno, non prendete nessun cibo pesante; è benefico il latte o del succo di frutta. Non fate molto chiasso circa la vostra dieta. Non c'è bisogno di avvisare tutti, se siete in grado di procedere con una forma particolare di dieta. L'osservanza di tali niyama è per il vostro progresso nel sentiero spirituale, e non sarete spiritualmente beneficiati facendo pubblicità alla vostra sadhana. Ci sono molti oggigiorno che fanno una professione per guadagnar soldi e il loro vivere compiendo qualche asana e pranayama o avendo qualche regolamentazione dietetica come mangiare solo cose crude o foglie o radici. Questi non possono avere nessuna crescita spirituale. La meta della vita è l'Autorealizzazione. I sadhaka devono mantenere la Meta sempre in vista e praticare un'intensa sadhana, secondo i metodi prescritti.

Se volete smettere di mangiare carne di montone, di pesce, ecc., andate a vedere con i vostri occhi la pietosa condizione in cui si dibatte il montone o il pesce, quando viene ucciso. Ora nel vostro cuore nasceranno compassione e simpatia. Quindi determinerete di non mangiare più carne, così che possano essere risparmiate le povere vite innocenti. Se fallite in questo tentativo, cambiate ambiente e vivete con dei brahmini, cosicché non potete avere montone e pesce, e frequentate quella gente che pratica solo una dieta vegetariana. Pensate sempre ai mali del mangiare carne e ai benefici della dieta vegetariana. Se anche questo non può darvi la forza sufficiente per smettere quest'abitudine, andate al mattatoio e nella bottega del macellaio e guardate personalmente i disgustosi muscoli putrefatti, il fegato e le altre parti nauseanti dell'animale e il cattivo odore che ne emana. Questo indurrà in voi vairagya e un forte disgusto e avversione per il mangiare carne.

domenica 15 aprile 2012

jiddu krishnamurti: cambiare se stessi per cambiare il mondo




Discorso a Bombay, 1967

C’è un unico problema politico ed è realizzare l’unità umana. E questa non può essere realizzata se vi attaccate alla vostra nazionalità, alle vostre insignificanti divisioni tra Sud, Nord, Telugu, Tamil, Gujaratt e tutto il resto – diventa tutto così infantile. Quando la casa sta bruciando, signori, non si parla dell’uomo che sta portando l’acqua; non si parla del colore dei capelli dell’uomo che ha appiccato il fuoco, ma si porta dell’acqua. Il nazionali­smo ha diviso l’uomo, così come le religioni; e questo spirito nazionalistico e le credenze religiose lo hanno separato, mettendo uomo contro uomo.
Ci interessa realizzare un mondo diverso, un diverso ordine sociale. Non ci interessano le credenze religiose e i dogmi, le superstizioni e i riti […] Sappiamo com’è il mon­do: un mondo di brutalità, di brutture, di violenza, di guerre, di odi, di divisioni di classe e nazionali, e così via. Sapendo esattamente come il mondo è – non come riteniamo dovrebbe essere – il nostro interesse è imprimergli una trasformazione radicale.
Avete accettato per tutta la vita; avete accettato la tradi­zione, la famiglia, la società quale essa è. Siete semplicemente entità che dicono di sì. Non dite mai di no a nessuna di queste cose; e quando lo fate si tratta semplicemente di una ribellio­ne. E la ribellione crea il proprio modello, che diventa, allora, abitudine, tradizione. Ma se avete compreso l’intera struttura sociale, vedrete che essa è basata sul conflitto, sulla competi­zione, sulla spietata affermazione di se stessi a qualsiasi prezzo, in nome di Dio, in nome della nazione.
Per realizzare una cultura diversa – il che significa crescere, fiorire, e non rimanere in una condizione statica – e per comprendere ciò, si deve cominciare da se stessi. Perché voi siete il risultato di questa cultura, la cultura dell’India, con tutte le sue tradizioni, superstizioni, paure, la cultura in cui sono presenti religione, divisioni sociali, divisioni linguistiche. Fate parte di tutto ciò; siete ciò; non ne siete separati. Così, non appena siate consapevoli di quello che siete, e prestiate un’attenzione totale vi renderete conto di aver immediatamen­te rinunciato a tutto ciò. Allora sarete del tutto liberi dal passato. E solo quando sarete consapevoli del vostro condizionamento esso sparirà.
Una mente spaventata, qualsiasi cosa faccia, non avrà affatto amore; e senza amore non si può costruire un mondo nuovo. Senza amore non può esserci alcuna oasi. E voi, come esseri umani, avete creato la struttura sociale in cui siete invischiati. Per staccarvi da essa dovete comprendere voi stessi; dovete solo osser­varvi per come siete. Allora, da quella chiarezza proviene l’azione. E allora scoprirete per conto vostro un modo di vivere differente; un modo di vivere che non è ripetitivo, che non si conforma, che non imita; una vita che è veramente libera.