I nostri pensieri divengono il nostro mondo. Noi diventiamo ciò che pensiamo. Questo è l'eterno mistero. (Maitri Upanisad)
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lunedì 10 settembre 2012

Ahimsa e alimentazione








“Di fronte a colui che è fermamente stabilito nell’ahimsa, spontaneamente tutti abbandonano l’ostilità e la violenza”. Yoga Sutra, II, 35

«La natura desiderabile di questa siddhi è evidente. Ovunque uno yogi perfetto nell’ahimsa si trovi, non può sorgere nessuna ostilità, e se è già presente in qualche forma, alla comparsa dello yogi cesserà spontaneamente. La perfezione nell’ahimsa è la realizzazione vivente della preghiera di San Francesco, ed è veramente uno strumento di pace divina. […] Molte volte è stato osservato che in presenza di saggi perfetti, gli animali selvatici diventano docili, anche amichevoli, non solo verso gli esseri umani ma anche verso i loro nemici abituali e le prede. “In presenza di colui che segue l’ahimsa, anche nemici naturali come il serpente e la mangusta rinunciarno al loro antagonismo”, dice Shankara. Molti esseri umani dall’indole violenta sono diventati pacifici e gentili dopo il contatto con un santo che fosse perfettamente realizzato nell’ahimsa».

da Swami Nirmalananda Giri, Commento agli Yoga Sutra di Patanjali

«La dieta vegetariana trova le sue antiche radici nel concetto di ahimsā, ovvero il non nuocere in alcun modo ad alcun essere vivente, comune a molte correnti del Sanātana dharma, del buddhismo e del giainismo, che recepivano uno dei principi fondamentali della filosofia yoga (Yoga Sūtra, II, 30): “rinunciare ad ogni uccisione o crudeltà verso gli animali” (Shiva Samhitā, III, 33). Già lo Yajurveda recitava: “mangiare la carne di un cavallo o di altri animali è proibito da questi versi. Coloro che mangiano la carne degli animali dovrebbero estinguersi. Coloro che allevano e rendono utili gli animali meritano lodi; gli animali come i cavalli non dovrebbero essere uccisi, né le loro carni cucinate per essere mangiate (Yajurveda, XX, 30, 37).
[…] Nella tradizione vedica, invece, non vi è un animale più sacro degli altri, poiché tutto è partecipe di un’armonia cosmica; nella Bhagavadgītā, che evidenzia il passaggio dai riti sacrificali cruenti all’offerta di frutti della natura, il dio Krisna spiega ad Arjuna: “se qualcuno mi offre con devozione una foglia, un fiore, un frutto o dell’acqua, io accetto tale offerta fatta con amore da chi ha l’animo puro; tutto quello che si fa, tutto ciò che si mangia, tutto ciò che si offre, quali che siano le privazioni che si possano eseguire, o figlio di Kunti, deve essere fatto come se si trattasse di restituirmi qualcosa che io ti abbia dato (Bhagavadgītā, IX, 26-27). Ogni frutto della natura è un dono divino, perciò il cibo è considerato sacro e l’alimentazione fondamentale sia per l’equilibrio fisico che per l’equilibrio spirituale; pertanto, prima di essere cucinati, gli alimenti dovranno essere purificati lavandoli scrupolosamente, recitando i mantra».






venerdì 25 maggio 2012

sivananda: kundalini yoga
























Che Cos'è lo Yoga? La parola ' yoga ' viene dalla radice sanscrita ' yuj ', che significa unire. In senso spirituale, è quel processo per cui lo yogi realizza l'identità tra jivatman e Paramatman. L'anima umana è portata in cosciente comunione con Dio. ' Yoga è dominare le modificazioni mentali. Yoga è quell'inibizione delle funzioni della mente che conduce all'attenersi dello Spirito nella sua vera natura. Il controllo di queste funzioni della mente avviene per mezzo di abhyasa e vairagya'. (Yoga sutra). Lo yoga è la scienza che insegna il metodo di unire lo Spirito umano con Dio. Lo yoga è la scienza divina che disincaglia il jiva dal mondo fenomenico degli oggetti dei sensi e lo lega con l'infinita Beatitudine (ananta Ananda), la Pace suprema (parama Shanti), la Gioia continua e una Potenza che sono attributi inerenti dell'Assoluto. Lo yoga dà mukti attraverso l'asamprajnata samadhi, distruggendo tutti i sankalpa di tutte le precedenti funzioni mentali.
Il samadhi non è possibile senza ridestare Kundalini. Quando lo yogi ottiene lo stato più elevato tutti i suoi karma vengono bruciati, e consegue la liberazione dalla ruota del samsara.

leggi alcuni brani del libro di Swami Sivananda:

L'ALIMENTAZIONE YOGICA

I CHAKRA

LE NADI

IL RISVEGLIO DI KUNDALINI

LEGGI IL LIBRO (testo italiano integrale)

venerdì 18 maggio 2012

sivananda: mitahara, l'alimentazione yogica















Un sadhaka deve osservare una disciplina perfetta. Dev'essere civile, pulito, cortese, gentile, nobile e grazioso nel comportamento. Nella sadhana, deve avere perseveranza, volontà adamantina, pazienza asinina e tenacità da sanguisuga. Dev'essere perfettamente autocontrollato, puro e devoto al guru. Un ghiottone, o chi è schiavo dei sensi, e ha parecchie cattive abitudini, non è idoneo per il sentiero spirituale.

Mitaharam vina yastu Yogarambham tu karayet Nanarogo bhavettasya kinchit Yogo na siddhyati. Senza osservare moderazione nella dieta, se uno intraprende le pratiche yogiche non può ottenere nessun beneficio, ma prende diverse malattie'. (Gheranda Samhita V-16). Il cibo svolge un ruolo importante nella sadhana yoga. Un'aspirante dev'essere molto attento nella selezione di articoli di natura sattvica, specialmente all'inizio dei suo periodo di sadhana. In seguito, ottenuta la perfezione (siddhi), le drastiche dietetiche possono essere rimosse. La purità del cibo conduce alla purezza della mente. Il cibo sattvico favorisce la meditazione. La disciplina del cibo è veramente molto necessaria per la sadhana yogica. Se la lingua è controllata, sono controllati tutti gli altri sensi. Ahara Suddhau Sattva Suddhih, Sattva Suddhau dhruva smritih; Smriti labhe sarva granthinam vipramokshah. ' Dalla purità del cibo segue la purificazione della natura interiore, con la purificazione della natura interiore la memoria diviene ferma; e rafforzando la memoria ne consegue lo scioglimento di tutti i legami, e così il saggio ottiene Moksha '.

Vi darò una lista di articoli sattvici per un sadhaka. Latte, riso, orzo, farina, havirannam, charu, formaggio, burro, lenticchie verdi, mandorle, zucchero candito, uvetta, kichidi, diversi tipi di vegetali, piantaggine, parwal, bhindi, melograni, arance, uva, mele, banane, mango, datteri, miele, zenzero essiccato, pepe nero, ecc., sono gli articoli sattvici della dieta prescritta per il praticante yoga. Charu: bollite mezza misura di latte assieme a del riso bollito, ghì (burro chiarificato) e zucchero. È un cibo eccellente per gli yogi. Questo per il giorno; per la sera, mezza misura di latte basterà. Il latte non dev'essere bollito troppo; dev'essere tolto dal fuoco non appena raggiunge il punto di ebollizione. Il troppo bollire ne distrugge i principi nutritivi e le vitamine, e lo rende del tutto inutile. È un cibo ideale per i sadhaka, un cibo di per sé perfetto. Una dieta di frutta esercita un'influenza benefica sulla costituzione. È una forma naturale di dieta. I frutti sono grandissimi produttori di energia. Una dieta di frutta e latte aiuta la concentrazione e facilita la focalizzazione mentale. Orzo, farina, latte e ghì favoriscono la longevità e aumentano forza e potenza. Il succo di frutta e l'acqua in cui è disciolto dello zucchero candito sono ottime bevande. Si possono prendere burro mischiato con zucchero candito, e mandorle inzuppate nell'acqua. Queste rinfrescheranno il sistema.

Piatti acidi, caldi, piccanti e aspri, sale, senape, assafetida, peperoncino, tamarindo, yogurt aspro, chutny, carne, uova, pesce, aglio, cipolla, bevande alcoliche, cose acide, cibo passato, frutti troppo o poco maturi, e altri articoli che non si confanno col vostro sistema devono essere evitati completamente. Il cibo rajasico distrae la mente; eccita la passione. Vivete una vita naturale. Prendete cibo semplice e piacevole, Dovete avere il vostro menù per soddisfare la vostra costituzione. Voi stesso siete la migliore autorità per selezionare una dieta sattvica. L'esperto nello yoga deve abbandonare gli articoli di cibo nocivi alla pratica yoga. Durante la sadhana intensa viene prescritto latte (e anche ghì). Ho dato sopra parecchi articoli di natura sattvica. Questo non significa che dovete prendere tutto. Dovrete scegliere quelle cose che sono facilmente ottenibili e adatte a voi. Il latte è il cibo migliore per gli yogi. Ma, per alcuni, anche una piccola quantità di latte è dannosa; inoltre può non essere adatto a tutte le costituzioni. Se una forma di dieta non è adatta o vi sentite stitici, cambiate dieta e provate altri articoli sattvici. Questo è yukti. In materia di cibo e bevande dovete essere un maestro. Non dovete avere il minimo desiderio o brama dei sensi verso nessun cibo particolare. Non dovete diventare schiavo di nessun oggetto particolare.

Il cibo pesante conduce allo stato tamasico e induce solo sonno. Esiste il malinteso comune che è necessaria una grande quantità di cibo per avere forza e salute. Molto dipende dal potere d'assimilazione e d'assorbimento. Generalmente, nella stragrande maggioranza dei casi, molta parte del cibo passa via non digerito assieme alle feci. Riempite metà stomaco con cibo sano, riempitene un quarto con acqua pura, e lasciate il resto libero. Questo è mitahara, che gioca una parte vitale nel mantenersi in perfetta salute. Quasi tutte le malattie sono dovute all'irregolarità dei pasti, al mangiare troppo e al cibo insano. Mangiare ogni cosa in qualsiasi momento come una scimmia è molto pericoloso. Un tale uomo può diventare facilmente un rogi (ammalato), ma mai uno yogi. Ascoltatel'enfatica dichiarazione del Signore Krishna: ' Il successo nello yoga non è per colui che mangia troppo o troppo poco - né per colui che dorme troppo o troppo poco' (Bhagavad Gita VI-16). Di nuovo, nella diciottesima strofa dello stesso capitolo, dice: ' Per colui che è moderato nel mangiare, nel dormire e nella veglia, lo yoga diventa distruttore di miseria'. Un ghiottone non può avere fin dall'inizio una regolamentazione della dieta e osservare mitahara. Deve praticar questo gradualmente. Dapprima prenda meno quantità, due volte al giorno come al solito. Quindi, invece dell'usuale pesante pasto serale, prenda per alcuni giorni soltanto frutta e latte. A tempo debito, può evitare completamente il pasto serale e cercare di prendere frutta e latte durante il giorno. Quelli che fanno sadhana intensa devono prendere soltanto latte, che è un cibo in sé perfetto. Se necessario possono prendere qualche frutto facilmente digeribile. Se un ghiottone, tutto d'un tratto, si volge a una dieta di frutta o latte, desidererà ogni momento mangiare una cosa o l'altra. Questo è brutto. Ripeto ancora una volta, è necessaria una pratica graduale. Non digiunate molto; ciò produrrà debolezza in voi. Un digiuno occasionale, una volta al mese o quando le passioni vi turbano molto, sarà sufficiente. Durante il digiuno non dovete nemmeno pensare ai diversi tipi di cibo. Il pensiero costante del cibo, quando digiunate, non può portarvi il risultato desiderato. Durante il digiuno, evitate le compagnie. Vivete da soli. Utilizzate il vostro tempo nella sadhana yogica. Dopo un digiuno, non prendete nessun cibo pesante; è benefico il latte o del succo di frutta. Non fate molto chiasso circa la vostra dieta. Non c'è bisogno di avvisare tutti, se siete in grado di procedere con una forma particolare di dieta. L'osservanza di tali niyama è per il vostro progresso nel sentiero spirituale, e non sarete spiritualmente beneficiati facendo pubblicità alla vostra sadhana. Ci sono molti oggigiorno che fanno una professione per guadagnar soldi e il loro vivere compiendo qualche asana e pranayama o avendo qualche regolamentazione dietetica come mangiare solo cose crude o foglie o radici. Questi non possono avere nessuna crescita spirituale. La meta della vita è l'Autorealizzazione. I sadhaka devono mantenere la Meta sempre in vista e praticare un'intensa sadhana, secondo i metodi prescritti.

Se volete smettere di mangiare carne di montone, di pesce, ecc., andate a vedere con i vostri occhi la pietosa condizione in cui si dibatte il montone o il pesce, quando viene ucciso. Ora nel vostro cuore nasceranno compassione e simpatia. Quindi determinerete di non mangiare più carne, così che possano essere risparmiate le povere vite innocenti. Se fallite in questo tentativo, cambiate ambiente e vivete con dei brahmini, cosicché non potete avere montone e pesce, e frequentate quella gente che pratica solo una dieta vegetariana. Pensate sempre ai mali del mangiare carne e ai benefici della dieta vegetariana. Se anche questo non può darvi la forza sufficiente per smettere quest'abitudine, andate al mattatoio e nella bottega del macellaio e guardate personalmente i disgustosi muscoli putrefatti, il fegato e le altre parti nauseanti dell'animale e il cattivo odore che ne emana. Questo indurrà in voi vairagya e un forte disgusto e avversione per il mangiare carne.

domenica 8 gennaio 2012

vimala thakar: la libertà interiore è una responsabilità sociale















Vedere il mondo come un insieme confuso di frammenti (alcuni dei quali vengono etichettati come amici, altri come nemici) è un atteggiamento che parte da dentro di noi. Assegniamo al nostro mondo interiore gli stessi giudizi negativi o positivi che usiamo per il mondo esteriore, e le guerre avvengono anche al nostro interno. Internamente siamo in conflitto con noi stessi; le emozioni vogliono una cosa, l’intelletto un’altra, gli istinti del corpo un’altra ancora, e dentro di noi si crea una guerra diversa per dimensioni, ma non per qualità, da quelle in corso nel mondo. Se non siamo in contatto con la totalità di noi stessi, desta forse meraviglia il fatto che non riusciamo a percepire la totalità del mondo? Se pensiamo di essere un insieme raffazzonato e disordinato di caratteristiche desiderabili e indesiderabili, di aspirazioni in contrasto tra loro, di convinzioni e pregiudizi confusi, forse che non proietteremo tutto ciò sul mondo?
Poiché la fonte dei conflitti, dell’ingiustizia sociale e dello sfruttamento è nella psiche umana, dobbiamo cominciare da quest’ultima la trasformazione della società. Indaghiamo la mente, la psiche umana, non per fare un’attività fine a se stessa, ma come un’azione compassionevole verso l’intera specie umana. Dobbiamo scendere alle radici profonde della decadenza della nostra società, in modo che le nuove strutture e sistemi sociali che progetteremo avranno radici abbastanza sane per poter generare fiori. Le strutture della società vanno trasformate, ma vanno modificate anche le supposizioni e le motivazioni nascoste su cui queste strutture si basano. I valori e le motivazioni, sociali e collettivi, per i quali si approvano l’ingiustizia e lo sfruttamento della società moderna, vanno cambiati tanto quanto le strutture socioeconomiche e politiche. Non lasceremo più che le motivazioni e i valori individuali e collettivi restino nascosti e inesplorati. Cambiare le strutture e i comportamenti superficiali non produrrà effetti di lunga durata se le fondamenta resteranno malsane e decadenti.
Coloro tra noi che hanno consacrato la vita all’azione sociale considerano l’etica e la morale, le abitudini e le motivazioni, territorio privato. Desideriamo che le nostre motivazioni e abitudini restino invisibili non solo al mondo, ma anche a noi stessi. In verità, la vita interiore non è una faccenda privata o personale; è una questione sociale. La mente è un risultato dello sforzo umano collettivo. Non esiste la tua e la mia mente; esiste la mente umana. Essa è una mente umana collettiva, plasmatasi e formatasi nel corso dei secoli. I valori, le norme, i criteri sono modelli di comportamento stabiliti dalla collettività. Non c’è nulla di personale o privato in essi. Possiamo pure chiudere le porte della nostra stanza e pensare che nessuno conosce i nostri pensieri, ma quello che facciamo nella cosiddetta privacy influenza la vita intorno a noi. Se per tutto il giorno siamo vittime di pensieri ed energie negative, se ci arrendiamo alla depressione, alla malinconia e al risentimento, queste energie inquinano l’atmosfera. Dov’è, a questo punto, la privacy? Abbiamo la responsabilità sociale di cominciare a considerare la mente un prodotto della collettività, riconoscendo che le nostre espressioni individuali sono espressioni della mente umana.
La libertà interiore dal passato, dalla struttura del pensiero, dalla mente collettiva standardizzata, è assolutamente necessaria se vogliamo incontrarci tra noi senza sfiducia, diffidenza o paura, guardandoci negli occhi spontaneamente e ascoltandoci senza inibizioni. Lo studio della mente e l’esplorazione della libertà interiore non sono cose utopiche o egoiste; al contrario, sono cose urgentemente necessarie affinché gli esseri umani possano superare la barriere erette tra noi dall’irreggimentazione del pensiero.
La responsabilità sociale per arrivare alla libertà interiore è un tema molto importante. Studiamo la mente umana perché vogliamo che prevalga l’armonia della pace, perché abbiamo bisogno della gioia dell’amore nel nostro cuore, perché ci preoccupa la qualità della vita che erediteranno i nostri figli. Non affrontiamo questo studio perché vogliamo qualcosa di nuovo ed esoterico per l’ego, un’esperienza trascendentale che rinforzi la nostra immagine di noi stessi. Studiamo la mente perché è una responsabilità sociale; riconosciamo che la radici della violenza, dell’ingiustizia, dello sfruttamento e dell’avidità sono nella psiche umana, e là rivolgiamo la nostra attenzione chiara, precisa e oggettiva.
Siamo organicamente interdipendenti, e dobbiamo vivere la relazione che c’è tra noi. Fare attenzione alle dinamiche dell’essere interiore non vuol dire creare una via di fuga dalle responsabilità o avere un atteggiamento di falsa superiorità per cui io sono una persona elevata e tu no; vuol dire, semplicemente, riconoscere che nelle nostre relazioni personali e collettive c’è infelicità, e che tali relazioni provocano paure e ansie, mettendoci sulla difensiva. Per quanto desideriamo la pace, non siamo emotivamente maturi per essa, e la nostra immaturità influenza tutte le nostre azioni, anche le più nobili.
La scomparsa del caos interiore accade nella vita di quelle persone che vogliono davvero diventare esseri umani creativi, vivi e passionali, e che riconoscono che l’anarchia e il caos interiori prosciugano l’energia, manifestandosi nella società sotto forma di comportamenti falsi e meschini. La consapevolezza richiede un enorme amore verso la vita. Non è per coloro che scelgono di vivere tirando avanti, o per chi ritiene che le azioni caritatevoli nella società giustifichino una brutta realtà interiore. La rivoluzione totale di cui stiamo parlando non è per i timidi o per coloro che si credono nel giusto. È per coloro che amano la verità più della finzione. È per coloro che sinceramente e umilmente desiderano trovare una via d’uscita da questo caos che ognuno di noi ha creato con la sua indifferenza, negligenza e mancanza di coraggio morale.

La scelta è nelle nostre mani

La maggior parte di noi non sa qual è il senso della propria vita e quali sono le azioni più importanti da compiere. Seguiamo le mode, mutiamo centro d’interesse secondo i dettami della società, ci lasciamo guidare dalle immagini create dai media o da personali, superficiali desideri di essere utili e servizievoli. Poiché siamo abituati a vivere alla superficie e a temere le profondità, i pensieri e le azioni che dedichiamo all’umanità sono poco profondi, simili a fragili contenitori che si spezzano facilmente. Alla fin fine, la maggior parte di noi si preoccupa soltanto della propria meschina esistenza, della collezione di piaceri sensuali, della salvezza personale e dell’ansia per la malattia e la morte, piuttosto che dell’infelicità creata dall’indifferenza e l’insensibilità generali.
Ma abbiamo raggiunto il punto in cui non potremo più permetterci di indulgere in comodità egoiste e guadagni personali, o di evadere in ricerche spirituali a scapito del bene collettivo. Per noi non possono esserci vie di fuga, ritiri o nicchie personali dove volgere le spalle alle sofferenze dell’umanità, dicendo: “Io non sono responsabile. Sono gli altri che hanno creato questo caos; spetta a loro porvi rimedio”. La scritta sul muro del mondo è chiara: “Imparate a vivere insieme, perché nell’isolamento morirete!”. La scelta è nelle nostre mani.
Oggi il mondo ci costringe ad accettare, almeno intellettualmente, la connessione che c’è tra noi, il fatto che dipendiamo gli uni dagli altri. E sempre più persone stanno comprendendo quanto è urgente fermare la follia che ci circonda. Ciononostante, la nostra risposta è superficiale, inadeguata alla complessità della sfida. Non compiamo (e nemmeno prendiamo in considerazione) azioni che minaccino la nostra sicurezza o alterino la nostra abitudine a vivere tirando avanti. Se continuiamo a vivere con noncuranza e indifferenza, badando solo all’utile privato e alla soddisfazione personale, in realtà stiamo scegliendo il suicidio dell’umanità.
Possiamo impegnarci in molti tipi di servizio sociale, secondo le nostre possibilità, senza deviare di un centimetro dai nostri interessi personali; di fatto, lo stesso servizio sociale aumenta (di solito) l’egocentrismo e la considerazione di sé. Non possiamo però cominciare un’autentica azione sociale, che va all’origine dei problemi della società e della psiche umana, senza rinunciare alle motivazioni egoiche. Dobbiamo scrutare a fondo la rete di motivazioni personali e scoprire quali sono le nostre priorità. Il nostro desiderio di pace deve essere tanto intenso da farci abbandonare qualsiasi azione egoica, per raggiungere quella maturità richiesta dalle complesse sfide che caratterizzano la nostra esistenza. Se siamo motivati dal desiderio di farci accettare dalla cultura dominante o dalla controcultura, non avremo né la chiarezza della giusta azione né la passione derivante dall’avere uno scopo preciso. Potremmo pure essere elogiati per i nostri contributi, ma se manca una profonda consapevolezza dell’essenza della nostra vita, una percezione chiara del significato dell’esistenza umana, i nostri contributi non raggiungeranno le radici dell’infelicità umana.
Per essere pronti alla responsabilità sociale, dovremo essere spietatamente onesti con noi stessi. Ovunque siamo, abbiamo la responsabilità di resistere all’ingiustizia, di rischiare senza paura i nostri agi e comodità pur di non cooperare con l’ingiustizia e lo sfruttamento. 



Vimala Thakar, Spirituality and Social Action: A Holistic Approach, 1984

lunedì 2 gennaio 2012

vimala thakar: un approccio olistico alla trasformazione sociale






















Se approviamo la violenza nel nostro cuore, coopereremo con tutti coloro che fanno la guerra. Siamo partecipi, perché psicologicamente approviamo la violenza. Se davvero volessimo porre fine alle guerre, dovremo esplorare le profondità della psiche umana, dove le radici della violenza hanno la loro roccaforte. A meno che non troviamo le radici della violenza, dell’ambizione e della gelosia, non troveremo la via d’uscita dal caos. L’insuccesso nell’eliminazione di queste radici ci condannerà a un’infinita, triste ripetizione dei fallimenti del passato. Dobbiamo renderci conto che la dimensione interiore e quella esteriore sono sottilmente intrecciate, e che non possiamo affrontare con successo l’una se ignoriamo l’altra. Le strutture e i sistemi condizionano la consapevolezza interiore, e i condizionamenti della consapevolezza creano le strutture e i sistemi. Non possiamo estrarre una parte, renderla bellissima e ignorare tutto il resto. I condizionamenti della società sono molto potenti: non vanno ignorati.
Tradizionalmente, sono esistiti due approcci diversi. Uno ci porta verso i problemi sociali, economici e politici, affermando: “Se i problemi economici e politici non vengono risolti, non ci sarà né felicità né pace, e la sofferenza non avrà mai fine. È responsabilità di ogni individuo affrontare questi problemi secondo una certa ideologia. La vita interiore, i suoi squilibri e le sue impurità: queste cose non sono molto importanti, possiamo pensarci dopo, perché è un’attività egoista ed egocentrica. Noi abbiamo una responsabilità verso la società, la specie umana, quindi metti da parte tutti questi problemi sulla meditazione e il silenzio, sulla sofisticazione interiore, sulla trasformazione per la rivoluzione interiore: metti tutto da parte. Prima pensa a queste cose”. Invece, l’altro approccio afferma: “È impossibile risolvere i problemi politici ed economici se l’individuo non viene completamente trasformato. Pensa alla tua trasformazione psicologica, alla rivoluzione interiore. I problemi politici, economici e sociali possono aspettare”.
Di solito, la gente ha seguito l’uno o l’altro di questi due approcci convenzionali: i gruppi religiosi quello della crescita e della rivoluzioni interiori, gli attivisti sociali quello dell’impegno per la società. Abbiamo creato delle barriere, e gli sconfinamenti al di là del proprio territorio sono sempre stati superficiali. Gli attivisti sociali hanno piantato picchetti intorno al proprio territorio, cioè la vita esteriore (le strutture politiche e socioeconomiche); i ricercatori spirituali hanno fatto altrettanto con il proprio ambito (il mondo interiore delle dimensioni più elevate della consapevolezza, delle esperienze trascendentali e della meditazione). I due gruppi, nel corso della storia, si sono sempre reciprocamente disprezzati. Gli attivisti sociali considerano egoisti i ricercatori spirituali, mentre questi ultimi considerano i primi prigionieri delle attività frenetiche, incapaci di cogliere l’essenza della vita. I tradizionali leader spirituali hanno diviso la vita in mondana e spirituale, insistendo sul fatto che il mondo è illusione. Hanno detto: “Questo mondo è «maya», un’illusione. Quindi, tutte le tue azioni devono fare riferimento alla verità assoluta, non a «maya»”. Dunque, una persona religiosa seduta dieci ore al giorno in meditazione non ha bisogno di preoccuparsi dei tiranni, dello sfruttamento o delle crudeltà che avvengono intorno a lei. Direbbe: “Non è responsabilità mia, ma di Dio. Dio ha creato il mondo: Lui (o Lei) se ne prenderà cura”.
Sono esistite delle mescolanze superficiali, per esempio gruppi spirituali che praticano servizio sociale o attivisti sociali che entrano in organizzazioni religiose, ma un’autentica integrazione tra l’azione sociale e la spiritualità non è ancora avvenuta a un livello profondo e innovativo. La storia dello sviluppo umano è stata frammentaria, e la maggioranza delle persone si è accontentata di questa frammentazione. Essa ha l’approvazione della società. Ciascun frammento di società ha il suo insieme di valori. Tra molti attivisti sociali la rabbia, l’odio, la violenza, il rancore e il cinismo sono norme accettate, anche se l’efficacia di queste motivazioni per raggiungere una vita pacifica è stata seriamente messa in dubbio. E l’indifferenza verso i bisogni dei più poveri è stata incredibilmente accettata da generazioni e generazioni di ricercatori spirituali, i quali ritenevano gli stati più elevati di consapevolezza molto più importanti dell’infelicità di milioni di persone alla fame.
All’inizio del ventunesimo secolo una nuova sfida ci attende: andare al di là della frammentazione, degli insiemi incompatibili di valori in cui credono anche le persone più riflessive, smettere di credersi nel giusto, aprirsi a tutta la vita e alla rivoluzione totale. In questa epoca, divenire un ricercatore spirituale senza una consapevolezza sociale è un lusso che non possiamo più permetterci, ed essere un attivista sociale senza una comprensione del funzionamento interiore della mente è la follia peggiore. Nessuno dei due approcci, presi in sé, ha mai avuto grande successo. Oggi è fuori di dubbio che un ricercatore dovrà sforzarsi di essere socialmente consapevole e che un attivista dovrà convincersi della crisi morale della psiche umana, dell’importanza dell’attenzione verso la vita interiore. La sfida che ci attende è di andare molto più in profondità, abbandonare i pregiudizi e le preferenze superficiali, espandere la comprensione a una scala globale, integrare la totalità della vita e divenire consapevoli del tutto di cui siamo una manifestazione.
Man mano che la nostra comprensione si approfondisce, le divisioni arbitrarie tra la vita interiore ed esteriore svaniscono. L’essenza della vita, la sua bellezza e la sua magnificenza sono nella sua totalità. È davvero impossibile dividere la vita in esteriore e interiore, sociale e individuale. Possiamo creare divisioni arbitrarie per le esigenze della vita collettiva, per l’analisi, ma di base nessuna divisione tra l’interiore e l’esteriore è vera o ha significato.
Abbiamo accettato i compartimenti stagni della società, la frammentazione della vita come un dato di fatto necessario. Viviamo in relazione a questi frammenti e accettiamo le divisioni interiorizzate – i nostri vari ruoli, i sistemi di valori in contraddizione tra loro, le motivazioni e priorità opposte – come una realtà. Al nostro interno, siamo in disaccordo con noi stessi; crediamo che l’interiore sia fondamentalmente diverso dall’esteriore, che l’io sia del tutto diverso dal non-io, che le divisioni tra i popoli e le nazioni siano necessarie, e tuttavia continuiamo a chiederci perché al mondo esistano tensioni, conflitti e guerre. I conflitti iniziano con la mente che crede nella frammentazione e ignora la totalità.
Un approccio olistico è il riconoscimento dell’omogeneità e dell’integrità della vita. La vita non è frammentata né divisa. È impossibile dividerla in spirituale e materiale, individuale e collettiva. In essa non possiamo creare scompartimenti politici, economici, sociali, ambientali.
Quando la consapevolezza della totalità si affaccia nel cuore e prendiamo coscienza dell’interrelazione di tutti gli esseri, non è più possibile rapportarsi esclusivamente a un solo frammento, restandovi bloccati. Non appena si è consapevoli del tutto, ogni istante, ogni movimento diventa sacro. Il senso di unità non è più una connessione intellettuale. In tutte le nostre azioni saremo integri, totali e naturali, senza sforzo. Ogni azione o non-azione avrà la fragranza della totalità.


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Vimala Thakar, Spirituality and Social Action: A Holistic Approach, 1984

venerdì 9 dicembre 2011

vimala thakar: il risveglio verso la rivoluzione totale














In un’epoca in cui la sopravvivenza della specie umana è in pericolo, tenere in vita lo status quo vuol dire cooperare con la follia e contribuire al caos. Quando l’oscurità sommerge lo spirito dell’umanità, le persone impegnate devono urgentemente risvegliarsi ed elevarsi verso la rivoluzione.
La furbizia della mente umana ci ha portato a questa crisi complicata, orribile e universale. Le soluzioni basate su una concezione tradizionale dell’uomo, continuano a fallire, a essere pateticamente inadeguate. Tuttavia investiamo molte risorse in queste vecchie soluzioni, con l’idea che se raggiungiamo una scala sufficientemente grande, esse risolveranno i nuovi problemi. Abbiamo il coraggio di vedere i fallimenti per quello che sono, lasciandoli al passato? Abbiamo la forza di andare al di là di filosofie anguste e unilaterali, per aprirci alla totalità e all’interezza?
Ciò che occorre adesso è andare al di là del frammentario, per risvegliarci alla rivoluzione totale. Ciò che occorre adesso non sono le formule rivoluzionarie del passato. Se hanno fallito, perché continuare a trascinarle con noi, magari sotto nuove vesti? Oggi la sfida è creare una rivoluzione completamente nuova, vitale, che includa la totalità dell’esistenza. Non abbiamo mai avuto il coraggio di abbracciare la totalità della vita nella sua imponente bellezza; ci siamo accontentati dei frammenti, di nicchie dove ci sentiamo concettualmente al sicuro ed emotivamente tranquilli. Potremmo anche tenere le nostre piccole e confortevoli nicchie, non fosse per la terribile confusione che abbiamo creato cercando di spezzare l’unità cosmica in piccoli frammenti. Abbiamo creato un caos orribile, e cerchiamo di porre riparo alla complicata situazione con le più superficiali e raffazzonate cure.
Oggi, con le cicatrici dei fallimenti passati che deturpano la nostra esistenza e le paure del futuro che appesantiscono lo spirito, non possiamo più continuare con questo pericoloso gioco della frammentazione. Non possiamo più negare il fatto che siamo tutti collegati, uniti nella totalità. La scienza e la tecnologia hanno portato ognuno di noi in intima relazione con tutti gli altri. Siamo davvero una grande famiglia umana. Tuttavia, come famiglia umana, non abbiamo imparato a vivere insieme in pace, senza violenza né sfruttamento. All’inizio del ventesimo secolo, Bertrand Russell ha scritto: “L’uomo sa volare in aria come un uccello, sa nuotare nell’acqua come un pesce, ma non sa vivere in mezzo agli altri esseri umani”.
Benché la nostra sopravvivenza sia a rischio, tendiamo a considerare la crisi in modo superficiale, emotivo e sentimentale. Abbiamo cercato, in modi sottili, di non attribuire a noi la colpa per la situazione della famiglia umana. Pensiamo di essere – noi o il nostro piccolo gruppo – persone sincere e amanti della pace, e attribuiamo agli estranei, a chi sta fuori dal gruppo, ai furfanti assetati di potere, la responsabilità per ogni guerra o aggressione.
Tuttavia, come possiamo noi, membri di società preparate alla guerra, chiamarci fuori in quanto “amanti della pace” accusando gli altri di violenza? Ma questo è ciò che cerchiamo di fare. Vediamo alla TV, o ascoltiamo alla radio di guerre e massacri che accadono in vari Paesi, e pensiamo quanto sia stupido farsi la guerra, chiedendoci perché i politici e gli uomini di Stato non hanno il buon senso di mettere fine a tutte queste sciocchezze. Questa è la reazione forse di ogni cittadino sensibile del mondo. Ma chi è che fa la guerra? Dove sono la radici di quest’ultima? Nelle menti di pochi individui che governano i rispettivi Paesi? Oppure nei sistemi che noi abbiamo creato e nei quali viviamo da secoli: il sistema economico, politico, amministrativo, industriale? Se non siamo dei romantici o dei sentimentali, e non ci accontentiamo di una semplice reazione emotiva, dicendo quanto sono brutte le guerre, ma andiamo in profondità, non troveremo forse le radici della guerra nei sistemi e nelle strutture che abbiamo accettato?
Scopriremo che esistono sistemi e strutture che conducono inevitabilmente all’aggressione, allo sfruttamento e alla guerra. Abbiamo accettato l’aggressione come stile di vita. Creiamo strutture che culminano nella guerra, e ci trinceriamo dietro di esse. Mantenere le strutture ed evitare le guerre non è possibile. Io e te, come individui, dobbiamo comprendere in che modo siamo responsabili, come cooperiamo con il sistema e quindi partecipiamo alla violenza e alla guerra. Quindi, dobbiamo cominciare a chiederci se possiamo smettere di cooperare con il sistema, di partecipare alle guerre, e cercare stili di vita alternativi.
Dobbiamo andare alle radici del problema, al centro della psiche umana, riconoscendo che l’azione sociale collettiva comincia dall’azione nella vita individuale. Non possiamo separare l’individuo dalla società. Ognuno di noi contiene la società quando ne accetta la struttura, le priorità stabilite per noi dai governanti e dagli Stati. Siamo espressioni della società, ripetiamo il modello creato per noi, e siamo felici perché ci vengono dati comfort, svaghi, divertimenti, sicurezza fisica ed economica. Ci hanno educato a essere ossessionati dalla sicurezza: il domani ci preoccupa molto più della responsabilità per l’oggi.

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Vimala Thakar, Spirituality and Social Action: A Holistic Approach, 1984

mercoledì 12 ottobre 2011

Yama e Niyama: le prime "membra" dello Yoga












YAMA
"freni", autocontrollo, comportamenti verso gli altri

Aimsha
nonviolenza: non farsi del male, non fare del male a nessun essere vivente, essere consapevoli del ferire e del ferirsi

Satya
veridicità: vivere nella verità, in una relazione con la realtà semplice e non artefatta

Asteya
non appropriazione: abbandonare il deisderio di appropriarsi di esseri viventi, oggetti, pensieri

Brahmacarya
continenza: vivere con moderazione nalla coscienza della non-dalità, riconoscere il divino in ogni essere e in ogni cosa

Aparigraha
non attaccamento: non accumulare beni materiali e immateriali

NIYAMA
"osservanze", discipline, comportamenti verso se stessi

Saucha
purezza: purificazione del corpo e dello spirito

Samtosa
contentamento: gioia, raggiungere la suprema felicità con l'accontentarsi

Tapas
volontà cosciente: ardore di elevarsi spiritualmente, vigore nel sopportare i contrasti

Svadhyaya
studio: lettura dei testi, studio di sé e dei modi di ricongiungersi al Sé

Isvara Pranidhana
abbandono al divino

per approfondire:
patanjali: yoga sutra
sivananda: la disciplina yogica
upanisad: yama e niyama

venerdì 7 ottobre 2011

Aimsha, la pratica yogica della nonviolenza



C’è un ordine deliberato nelle cinque parti o arti della pratica dello yama (autocontrollo). Ahimsa (nonviolenza) è la prima, perché l’uomo deve rimuovere la sua natura brutale per prima. Per prima cosa deve diventare non violento, e deve sviluppare amore per tutti gli esseri. Solo allora sarà idoneo per la pratica dello yoga.
Ahimsa non è solo non uccidere, come alcuni pensano. Ahimsa è perfetta innocuità e amore positivo. E’ astenersi anche dal minimo pensiero di arrecare danno a un altro essere vivente – mentalmente, verbalmente o con i fatti. Non ci sono scuse né eccezioni alla regola. Parole dure ai mendicanti, ai servi o agli inferiori sono himsa (crudeltà). Non alleviare il dolore o i problemi di un altro è himsa negativo. Approvare le azioni violente di altri è contrario all’ahimsa. Si eviti rigorosamente ogni forma di durezza, diretta o indiretta, positiva o negativa, immediata o differita. Chi pratica ahimsa nella sua forma più pura, o Saumya, diventa divino. Ahimsa e divinità sono la stessa cosa.
Sivananda

Se tutti lavorassero per il proprio pane e niente più, ci sarebbe abbastanza cibo e tempo libero per tutti... i nostri bisogni si ridurrebbero al minimo, il nostro cibo si semplificherebbe. Allora mangeremmo per vivere, anziché vivere per mangiare.
Gandhi

Parlare di nonviolenza e schierarsi dalla parte di chi aderisce ai suoi principi è senza dubbio impegnativo. Essere nonviolenti ed affrontare coerentemente il quotidiano e le relazioni con gli altri esseri viventi che ci circondano, significa condurre una vita molto responsabile ed equilibrata. Nella società di oggi, inorridire di fronte a scene di violenza brutale, a testimonianze di genocidio, alla coercizione, alla prepotenza, all’arroganza, alle prevaricazioni, è una propensione sempre meno diffusa che merita certo un plauso, ma non è sufficiente. Affinché la nonviolenza si possa affermare ad ogni livello, è necessario innanzitutto diffonderne la cultura perché, in caso contrario, discriminare tra ciò che è violenza e ciò che non lo è rimane un puro esercizio speculativo, influenzato dalla relatività dei vari punti di vista.
Nella cultura vedica la pratica della nonviolenza si chiama Ahimsa ed è considerata un pilastro della salute psicologica della società umana. Ahimsa è il non distruggere, il non infliggere dolore o lesioni ad altri, in pensieri, parole ed opere. E' virtualmente impossibile escludere totalmente la violenza dalla nostra vita, perché malgrado tutto molte delle attività essenziali come mangiare, respirare o camminare causano involontariamente morte e sofferenza ad altri esseri viventi. Esiste però una linea neppure troppo sottile che divide la violenza inevitabile, legata alla mera sopravvivenza, da quella gratuita, inflitta per soddisfare i propri pruriti, come l'abbattimento di animali per cibarsene o per trasformare la loro pelle in eleganti capi di abbigliamento. Ahimsa è anche l'esercizio di astinenza da pensieri violenti e dall'impiegare ciò che è in nostro potere per assoggettare il prossimo secondo i nostri desideri egoistici.
Perché Ahimsa alberghi realmente nel cuore è necessario introdurre nella nostra vita un corollario di principi pratici che la sostengano. La veridicità, o satya, non è solo evitare la menzogna, ma nel suo significato più compiuto è la coerenza tra pensieri espressi, parole proferite ed attività svolte. Asteya, ovvero non rubare, riguarda oggetti, ma anche parole e pensieri altrui. La purezza, o brahmacarya, significa evitare che la lussuria ci guidi e si impossessi della nostra esistenza. Non accumulare più del necessario, o aparigraha, insegna a condividere quello che possediamo con gli altri, che si tratti di oggetti o riflessioni. E' necessario leggere queste regole in chiave positiva, pensando alla nonviolenza come ad un atto di beneficenza e di amore verso tutti gli esseri viventi.
Si pensi alla veridicità come ad una parola giusta e misurata da offrire al prossimo al momento giusto, alla purezza di pensiero ed azioni come ad una forza positiva in grado di trainare il mondo verso il bene comune, alla mancanza di avidità come ad una cura per riequilibrare il mondo. Questi comportamenti individuali volontari per il benessere collettivo, sono affiancati da semplici regole che toccano la sfera personale, come ad esempio la pulizia quotidiana del corpo, che si allarga all'evitare il consumo di sostanze nocive quali fumo, alcool, droghe e alimenti che richiedono l'esercizio della violenza. La pulizia della mente viene coltivata tra l'altro scegliendo con attenzione ciò che si legge, si guarda e che si ascolta. Un'altra proposta è quella di coltivare la virtù di accontentarsi della propria situazione, senza sprofondare nel fatalismo o nella rassegnazione, prendendo coscienza che ciò che sperimentiamo oggi dipende dalle nostre azioni passate e che il presente ci consente di costruire un futuro luminoso. Maggiore austerità e rigore rischiarano la mente, rafforzano la determinazione e permettono di trovare un equilibrio migliore tra necessità reali e desideri indotti. La cultura del tutto e subito è causa crescente di malessere, di scompensi psicologici ed alimenta la prevaricazione, la prepotenza e la strumentalizzazione del prossimo. Il gusto ritrovato per la meditazione, lo studio e la lettura dei testi sacri possono controbilanciare la spinta opprimente del materialismo e del consumismo che ci circonda.
La cornice, il collante, la confluenza di ogni regola, il rifugio e lo scrigno dove attingere i valori fin qui descritti è l'isvara pranidhana, l’abbandono a Dio. Non viene contemplata una sottomissione coercitiva o un servilismo utilitaristico basato su reciprochi favori, ma uno scambio d’amore e d’affetto sincero tra Dio ed l'essere umano, costruito su basi filosofiche granitiche e nutrito da una pratica costante e ininterrotta. La cultura della nonviolenza trasforma la nostra consapevolezza, elevandola da un piano sentimentale e opportunista ad una visione allargata, concreta ed efficace. Ad ogni uomo o donna che trasforma la propria coscienza è offerto anche lo straordinario potere di influenzare virtuosamente quella degli altri.
Guardandoci intorno e sfogliando le pagine della storia, possiamo osservare le gesta dei grandi della pace, scoprendo che la loro più grande impresa è stata quella di cambiare se stessi. Potremo cambiare il mondo solo cambiando i nostri cuori e diffondendo la cultura della nonviolenza con il nostro esempio personale e con l’unica arma lecita, quella dell’amore universale.
Hare Krsna.
Parabhakti das

sabato 1 ottobre 2011

sivananda, quarta lezione: la dieta yogica













Una dieta che conduca alla pratica dello Yoga e al progresso spirituale è chiamata dieta Yogica. La dieta ha una connessione intima con la mente. La mente si forma dalla parte più sottile del cibo. Il Saggio Uddalaka così istruisce suo figlio Svetaketu: “Il cibo, quando consumato diventa di tre tipi: la parte grossolana diviene escrementi, quella intermedia carne e quella più fine la mente. Figlio mio, quando il latte irrancidito è frullato, le sue particelle più fini affiorano per formare il burro. Così, figlio mio, quando il cibo è consumato, le sue particelle sottili che affiorano formano la mente. Pertanto in verità la mente è cibo”.
Nella Chandogya Upanishad troverai: “Per la purezza del cibo uno purifica la propria natura interiore; attraverso la purificazione della propria natura interiore si acquisisce certamente la memoria del Sé, e tramite l’ottenimento della memoria del Sé, tutti i legami e gli attaccamenti vengono recisi”.
La dieta è di tre tipi; esiste la dieta Sattvica, la dieta Rajasica e la dieta Tamasica. Latte, farina, legumi, cereali, burro, formaggio, patate, miele, datteri, frutta, mandorle e zucchero candito sono tutti alimenti Sattvici. Rendono la mente pura e calma.
Pesce, uova, carne, sale, chilli e asafetida sono articoli Rajasici. Eccitano la passione.
Carne, vino, aglio, cipolla e tabacco sono articoli Tamasici. Riempiono la mente di rabbia, tenebre ed inerzia.
Il Signore Krishna dice ad Arjuna: “Il cibo che è caro a ciascuno è di tre tipi. Ascolta le distinzioni tra di essi. Gli Alimenti che aumentano la vitalità, l’energia, il vigore, la salute e la gioia, e che sono deliziosi, delicati, sostanziosi e appetitosi sono cari al puro. Il passionale desidera cibi che sono amari, aspri, salati, eccessivamente piccanti, pungenti, asciutti e brucianti e che producono dolore, sofferenza e malattia. Il cibo stantio, sciapo, putrido e andato a male, i resti e le cose impure sono cari al Tamasico (Bhagavad-Gita VII-8, 9, 10).
Il cibo gioca un ruolo importante nella meditazione. Cibi diversi producono diversi effetti su differenti compartimenti del cervello. Ai fini della meditazione il cibo dovrebbe essere leggero, nutriente e Sattvico. Latte, frutta, mandorle, burro, zucchero candito, lenticchie verdi, lenticchie Bengali lasciate in ammollo per una notte, pane, sono tutti di grande aiuto nella meditazione. La Thed (un tipo di radice abbondantemente disponibile nelle regioni Himalayane) è molto Sattvica. Lo zucchero e il tè dovrebbero essere usati con moderazione. E’ meglio, se puoi rinunciarvi completamente. La polvere di zenzero può essere mescolata al latte e assunta frequentemente. Gli Yogi indiani amano molto questa bevanda. Un principiante deve essere molto attento nello scegliere alimenti di natura Sattvica.
Il cibo è di quattro tipi. Ci sono liquidi che sono bevuti, solidi che sono polverizzati dai denti e mangiati, ci sono semi-solidi che sono assimilati leccandoli e ci sono generi alimentari soffici che sono ingoiati senza essere masticati. Tutti gli alimenti dovrebbero essere completamente masticati nella bocca fino ad essere ridotti a liquidi prima di essere ingoiati. Solo allora possono essere prontamente digeriti, assorbiti ed assimilati dal sistema. La dieta dovrebbe essere tale da consentire di mantenere l’efficienza fisica e la buona salute. Il benessere dell’individuo dipende da una perfetta alimentazione più di qualsiasi altra cosa. Vari tipi di malattie intestinali, aumentata suscettibilità alle malattie infettive, carenza di vitalità e di potere di resistenza, rachitismo, scorbuto, anemia o povertà del sangue, sono dovute a un’alimentazione errata.
Colui che assume una dieta moderata, che ha regolato la sua dieta, può diventare uno Yogi, non altri. Questa è la ragione per la quale il Signore Krishna dice: “ Veramente lo Yoga non è per colui che mangia troppo, né per colui che si astiene dal cibo all’eccesso, non è per colui che dorme troppo, né per colui che è sempre desto, O Arjuna! Lo Yoga estingue ogni dolore per colui che è regolato nel mangiare e nel divertirsi, regolato nell’agire, regolato nel dormire e nevegliare.”(Bhagavad-Gita VI-16-17). Perciò mangia del cibo che sia gradevole e dolce fino a riempire metà dello stomaco; riempi un quarto dello stomaco con acqua e lascia il rimanente quarto vuoto per l’espansione dei gas. Offri l’atto di mangiare al Signore. Questa è la dieta moderata. Tutti gli alimenti putridi, stantii, decomposti, sporchi, cotti due volte, vecchi di un giorno, dovrebbero essere abbandonati. La dieta dovrebbe essere fresca, semplice, leggera, dal sapore delicato, salubre, facilmente digeribile e nutriente.
Nella Shiva Samitha è scritto: “Lo Yoga non dovrebbe essere praticato immediatamente dopo un pasto, nemmeno se si è molto affamati; prima di iniziare la pratica del latte e burro possono essere assunti”.
Nella Yoga Tattva Upanishad troverai: “L’esperto nello Yoga dovrebbe abbandonare gli elementi di ostacolo alla pratica. Dovrebbe rinunciare a sale, mostarda, alimenti acidi, piccanti, pungenti o mari, assafetida. Nei periodi iniziali della pratica è prescritto cibo a base di latte e ghi, insieme a cibo ottenuto dalla farina, germogli e riso rosso; si dice che questa dieta favorisca il progresso. Dopo, l’aspirante diviene capace di trattenere il respiro quanto vuole. Tramite questa ritenzione del respiro a volontà, Kevala-Kumbhaka (cessazione del respiro senza inalazione né esalazione) è ottenuta. Per colui che ha ottenuto Kevala-Kumbhaka, e si è così liberato dall’inalazione e dall’esalazione non vi è più nulla di irraggiungibile nei tre mondi”.
Nella Bhikshuka Upanishad troverai : “Paramahamsa come Samavartaka, Aruni, Svetaketu, Jada Bharata, Dattatreya, Suka, Vamadeva, Haritaki e altri, mangiavano otto bocconi e si sforzavano di raggiungere Moksha unicamente tramite il cammino dello Yoga”.
Sii naturale e semplice nel mangiare e nel bere. Puoi dedicare più tempo alle pratiche Yoga. Uno studente Yogico che spende il suo tempo completamente in pura meditazione necessita di pochissimo cibo. Una misura, una misura e mezza di latte al giorno e della frutta saranno sufficienti. Ma uno Yogi che svolge lavoro attivo e vigoroso necessita di abbondante cibo nutriente.
La dieta vegetariana è stata acclamata come la più adatta all’avanzamento spirituale e psichico. E’ stato scoperto che la carne aumenta le passioni animali e diminuisce le capacità intellettuali. Mentre è vero che le nazioni mangiatrici di carne sono fisicamente attive e forti, altrettanto non si può dire dei loro progressi spirituali. La carne non è per niente necessaria per mantenere salute perfetta, vigore e vitalità. Al contrario è altamente deleteria per la salute. Porta con sé una schiera di malattie come i vermi intestinali e malattie renali.
Uccidere animali per ottenerne cibo è un grande peccato. Anziché uccidere l’egoismo e l’idea di “mio”, persone ignoranti uccidono animali innocenti sotto il pretesto del sacrificio, ma in realtà mirano ad appagare la loro propria lingua o palato. Che orribili crimini disumani vengono commessi nel nome di Dio e della Religione!
Ahimsa (non violenza) è la prima virtù che un aspirante spirituale dovrebbe cercare di possedere. Si dovrebbe riverire la vita. Il Signore Gesù disse: “Benedetti sono i misericordiosi, perchè otterranno misericordia.” Mahavira ha gridato, con voce simile a una tromba:”Tratta ogni essere vivente come te stesso e non fare del male a nessuno.”
La legge del Karma è inesorabile, inflessibile, immutabile. Il dolore che infliggi a qualcun’altro rimbalzerà sicuramente su di te e la felicità che irradi tornerà indietro aumentando la tua felicità. Colui che conosce questa legge non ferirà nessuno.
La carne ha una influenza diretta sui diversi compartimenti del cervello. Il primo e più importante passo nell’avanzamento spirituale di un aspirante è la rinuncia alla carne. La Luce Divina non discenderà, se lo stomaco è carico di carne. Nelle nazioni forti mangiatrici di carne la mortalità per cancro è molto alta; i Vegetariani si mantengono in buona salute fino all’età anziana.
Pitagora sembra protestare amaramente quando dice: “Attenti, o mortali, dall’insozzare i vostri corpi con cibo peccaminoso. Vi sono cereali, vi sono frutti che piegano i loro rami dal loro peso, e lussureggiante uva sulle viti. Vi sono dolci vegetali ed erbe che il fuoco può rendere gradevoli e soffici. Né ti sono negati latte, né miele, fragranza dell’aroma del fiore di timo. La terra prosperosa ti offre un abbondanza di cibo puro e fornisce pasti ottenibili senza il massacro e lo spargimento di sangue”.
Digiunare è proibito ai praticanti dello Yoga perchè produce debolezza. Ma un digiuno moderato occasionale è altamente benefico. Questo ripara il sistema interamente, dà pace allo stomaco e agli intestini ed elimina l’acido urico. Gli studenti Yoga possono prendere un pasto intero alle 11, una tazza di latte caldo al mattino e mezza misura di latte o un pò di banane cotte (o arance o mele) alla sera con gran vantaggio. Il pasto notturno dovrebbe essere molto leggero. Se lo stomaco è sovraccaricato, sopravverrà il sonno e poiché troppo sonno è dannoso alle pratiche Yogiche non è possibile fare alcun reale progresso nel cammino dello Yoga. Perciò una dieta che consiste di solo latte e frutta è uno splendido menù per tutti i praticanti.
Bolli mezza misura di latte insieme a del riso bollito, ghi e zucchero. Questo è chiamato Charu. E’ un cibo eccellente per i praticanti dello Yoga. Questo è per cena. Mezza misura di latte e qualche frutto saranno sufficienti per la notte. Prova questa prescrizione e dimmi dei benefici che ne hai tratto nella tua Sadhana. Il latte non dovrebbe essere bollito troppo. Dovrebbe essere rimosso dal fuoco nel momento in cui il punto di bollitura è raggiunto. L’eccessiva bollitura distrugge tutti i principi nutrienti e le vitamine e rende il latte non adatto al consumo. Il latte è un cibo ideale per gli aspiranti. E’ un alimento perfetto in se.
La dieta a base di frutta esercita una meravigliosa influenza sulla costituzione. E’ una dieta naturale. I frutti sono tremendi produttori di energia. Frutta e latte aiutano la concentrazione e la meditazione. Il grano, la farina. il latte. il ghi e il miele producono longevità della vita e aumentano la potenza, i succhi di frutta e l’acqua in cui lo zucchero candito è disciolto sono bevande veramente buone. Il burro misto allo zucchero candito e le mandorle lasciate in ammollo per la notte raffredderanno il sistema.
Conduci una vita semplice e naturale. Assumi cibo semplice, che sia perfettamente compatibile al tuo sistema. Dovresti avere il tuo menù personale, adatto alla tua costituzione. Tu stesso sei il giudice perfetto per selezionare una dieta Sattvica. In materia di cibo e bevande farai bene a mangiare e a bere come un maestro. Non dovresti provare il minimo desiderio per nessuna dieta particolare. Non dovresti diventare uno schiavo di questo cibo o di quel cibo. Cibi e bevande semplici, naturali, non-stimolanti, che costruiscono i tessuti, che producono energia, manterranno la mente calma e pura e aiuteranno lo studente di Yoga nelle sue pratiche e nel raggiungimento dell’obiettivo della vita.

mercoledì 21 settembre 2011

sivananda, terza lezione: disciplina yogica









Lo Yoga è radicato nella virtù. La disciplina etica è indispensabile per il successo nello Yoga. Disciplina etica significa adottare la giusta condotta di vita. Le due colonne portanti morali dello Yoga sono Yama e Niyama, che l’aspirante deve praticare nella sua vita quotidiana. Essi corrispondono approssimativamente ai dieci comandamenti del Signore Gesù o al nobile ottuplice cammino del Signore Buddha.
Non violenza (Ahimsa), verità (Satyam), non rubare (Asteya), continenza (Brahmacharya) e non bramosia (Aparigraha) sono le parti che compongono Yama.
Purificazione interiore ed esteriore (Saucha), accontentamento (Santosha), austerità (Tapas), studio di libri religiosi e filosofici (Svadhyaya) e resa al Signore (Isvara Pranidhana) rientrano in Niyama. La pratica di Yama e Niyama sradicherà tutte le impurità della mente. In verità, Yama e Niyama sono le pietre miliari della filosofia Yoga.
Tra tutte le virtù la posizione di preminenza è data all’astenersi dal provocare sofferenza nei confronti di ogni essere vivente (Ahimsa). Dev’esserci non violenza in pensieri, parole ed azioni. La non violenza è messa per prima perché è la fonte delle successive nove. La pratica dell’amore universale o della fratellanza tra gli uomini non è altro che non violenza messa in pratica. Colui che pratica la non violenza otterrà rapidi successi nello Yoga. Il praticante deve abbandonare perfino le parole dure e gli sguardi non gentili. Deve mostrare benevolenza e amicizia verso tutti. Deve rispettare la vita. Deve ricordare che il Sé comune dimora nel cuore di tutti gli esseri.
La verità (Satyam) viene subito dopo, nell’ordine degli Yama. Il pensiero deve rispecchiare la parola, e la parola l’azione. Questa è verità. Queste virtù sono alla portata soltanto delle persone non egoiste. La verità può a mala pena emergere, a meno che non vi sia un motivo puro dietro ogni azione. Le parole di uno Yogi devono essere una benedizione per gli altri.
Quindi viene il non rubare (Asteya). Devi essere soddisfatto con quello che ottieni tramite mezzi onesti. La legge del Karma è inesorabile. Dovrai soffrire per ogni tua azione sbagliata. Azione e reazione sono eguali e opposte. Ammassare ricchezze è vero furto. L’intera ricchezza di tutti e tre i mondi appartiene al Signore. Sei soltanto un custode della sua ricchezza. Devi dividere volontariamente ciò che hai con tutti e donarlo in carità.
La quarta virtù è la pratica della continenza; quella porzione dell’energia umana che è espressa nell’unione sessuale, quando controllata, viene trasmutata in una speciale forma di energia spirituale chiamata Ojas-Sakti, ed è accumulata nel cervello. Se pratichi lo Yoga ed allo stesso tempo conduci una vita impura, voluttuosa e immoderata, come puoi aspettarti progressi nello Yoga? Tutti i grandi giganti spirituali del mondo hanno praticato la continenza; e questa è la ragione per cui potevano scuotere ed elettrizzare il mondo intero tramite il potere della speciale energia spirituale che avevano accumulato Brahmachrya è il substrato per una vita nell’Atman, contribuisce alla gioia perenne e all’ininterrotta beatitudine che non può mai decadere. Conferisce energia tremenda, mente chiara, gigante forza di volontà, fiera comprensione, memoria ritentiva e potere di inquisizione (Vichara Sakti). Ciò che si vuole è controllo e non la soppressione del desiderio sessuale.
Uno studente Yogico dovrebbe astenersi dalla cupidigia. Non dovrebbe ricevere regali lussuosi da nessuno. I doni influenzano la mente di chi li riceve. Queste cinque virtù devono essere praticate in pensieri, parole e azioni, perché non sono semplicemente restrizioni ma veri cambiamenti del carattere, che implicano purezza e forza interiore.
Oltre a queste, l’aspirante Yogi dovrebbe anche praticare alcune altre virtù quali: la pulizia del corpo e della mente, l’accontentamento, l’austerità, lo studio di libri religiosi e filosofici e la resa al volere di Dio.
Accontentamento non significa soddisfazione, ma volontà di accettare le cose come sono e di viverle al meglio.
Austerità come i digiuni occasionali e l’osservanza del silenzio aumentano il potere di tolleranza. Resa al volere di Dio è il considerare ogni lavoro come quello del Signore Supremo, rinunciando a ogni pretesa verso i suoi frutti.
Lo studio dei libri religiosi riempie la mente di pietà e di purezza. Una tal rigorosa disciplina etica porta una sensazione di libertà e di elevazione morale. Quando sei sufficientemente avanzato nelle pratiche sopra menzionate, puoi affrontare ogni tentazione chiamando in aiuto puri e pacificanti pensieri.
Due cose sono necessarie per ottenere il successo nel controllo mentale: pratica (Abhyasa) e distacco (Vairagya). Devi sforzarti al livello estremo delle tue forze di liberarti da tutti i desideri verso ogni piacere, visto o non visto; questo distacco può essere ottenuto tramite la percezione costante dei mali che vi si trovano. Il distacco è la rinuncia all’ottenimento. Convincendosi dell’illusorietà degli oggetti dei sensi tramite un indagine sulla loro natura e coltivando indifferenza verso gli oggetti mondani, la mente può essere controllata e riportata al Sé per dimorarvi finalmente. In virtù di questa pratica dello Yoga, la mente dello Yogi raggiunge la pace nel Sé. La pratica consiste nella costante ripetizione della stessa idea o pensiero a proposito di qualsiasi oggetto. Tramite la riflessione costante e l’esercizio della forza di volontà, si dovrebbero dare impressioni alla mente subconscia di non cercare piaceri nel mutevole mondo fuori, ma in quello immutabile dentro. Dovresti esercitare la massima vigilanza per afferrare le opportunità, quando la mente si sofferma sugli oggetti dei sensi, per suggerirle nuovi significati ed interpretazioni e farle così cambiare la sua attitudine nei loro confronti in vista della sua definitiva ritirata da essi. Questo è chiamato pratica. La caratteristica principale della mente nello stato di veglia è di avere qualche oggetto su cui soffermarsi. Non può mai rimanere bianca. Può concentrarsi su un oggetto alla volta. Cambia costantemente i suoi obiettivi e così è agitata. E’ impetuosa, forte e difficile da piegare. E’ difficile da piegare tanto quanto il vento. Questo è il motivo per cui Maharishi Patanjali dice che la pratica deve essere stabile e continua e che si deve estendere lungo un considerevole arco di tempo, e che deve essere intrapresa con fede perfetta nei suoi rigeneranti e elevanti poteri. Non devi mostrare alcun sintomo di pigrizia in nessuno stadio della pratica. Il controllo non viene in un giorno ma nel corso di una lunga e continua pratica sostenuta da zelo ed entusiasmo. Il progresso nello Yoga può essere solo graduale. Nonostante lo sforzo o la pratica siano dolorosi all’inizio, essi porteranno Suprema Gioia alla fine. Il Signore Krishna dice ad Arjuna: “La Suprema Gioia appartiene a questo Yogi, la cui mente è calma, la cui natura passionale è controllata, che è senza macchia, e che è della natura dell’eterno.” (Bhagavad-Gita: Ch. VI-27). Controlla i tuoi sensi. Calma la mente. Arresta il ribollire dei pensieri. Fissa la mente nel loto del cuore. Concentrati. Medita. Realizzalo intuitivamente in questo stesso secondo e godi la Beatitudine del Sé. Abbi ferma e incrollabile fede nell’esistenza di Dio, il supremo, immortale, Principio intelligente o Essenza o Substrato che esiste nei tre periodi del tempo - passato, presente e futuro. Egli non possiede inizio, mezzo né fine. Egli è Sat-Chit-Ananda (Assoluta Esistenza, Assoluta Conoscenza, Assoluta Beatitudine).
Il desiderio nasce dall’ignoranza (Avidya). L’attaccamento, l’anelare e il preferire sono i componenti del desiderio. Non adoperarti per esaudire i desideri. Fai del tuo meglio per cercare di ridurre i tuoi desideri. Ritira il carburante della gratificazione. Allora il fuoco del desiderio si estinguerà da sé. Proprio come la lampada senza ghi si spegne quando il ghi non vi viene più riversato, così il fuoco del desiderio morirà quando il carburante della gratificazione non vi verrà più riversato. Se l’attaccamento è sradicato, allora l’anelito e la preferenza verso gli oggetti moriranno da sé. E’ molto difficile divenire assolutamente privi di desideri. Soltanto un saggio liberato o uno Yogi pienamente sviluppato è completamente libero dalle tracce del desiderio, perchè ha completamente annichilito la mente e gode della Beatitudine suprema del Sè interiore. Come può sorgere il desiderio in colui che è immerso nell’oceano di Beatitudine Divina? Un neofita sul sentiero spirituale dovrebbe intrattenere nobili desideri. Dovrebbe impegnarsi in azioni virtuose e sviluppare un desiderio intenso di liberazione. Al fine di raggiungere il suo scopo dovrebbe studiare le Sacre Scritture regolarmente e sistematicamente. Dovrebbe mettersi in condizione di godere della compagnia dei saggi. Dovrebbe praticare la giusta condotta, il giusto pensiero, il giusto parlare e la giusta azione. Dovrebbe regolarmente praticare la meditazione. Poco a poco tutti i vecchi viziosi desideri e gli aneliti sensuali e le propensità malvagie svaniranno. O Saumya! Conduci una vita di puro accontentamento. L’accontentamento è la beatitudine della vita. La fresca acqua nettarea dell’accontentamento estinguerà velocemente il fuoco del desiderio.
Sii persistente e metodico nella tua sadhana. Tutte le miserie si scioglieranno via presto. Brillerai come un glorioso jivanmukta nella più elevata realizzazione. Tutte le sensazioni di separazione, distinzione, dualità e differenza svaniranno dalla tua vista. Sentirai unione e unità ovunque. Sentirai che non esiste nient’altro che Brahman o Dio. Con quale magnanima visione sei benedetto. Quale stato esaltato, quale sublime, stupenda, elevante esperienza sarà tua! Questo stato è indescrivibile. Ne devi fare esperienza tramite diretta percezione interiore. Pratica giornalmente l’introspezione ed esamina i vari angoli e anfratti del tuo cuore. Coloro che hanno un puro, sottile, intelletto, che ricordano Dio sempre, che sono assetati della comunione con Lui, che praticano giornalmente l’introspezione, l’autoanalisi e la meditazione, saranno capaci di individuare la presenza di desideri in agguato, non altri. Colui che ha abbandonato ogni desiderio, che è libero da ogni aspettativa, giunge a infinita pace. Egli gode della suprema felicità. Meno sono i desideri, maggiore è la felicità. Quello Yogi senza desideri che vaga per il mondo con solo un perizoma e una coperta è l’uomo più felice nei tre mondi. L’egoismo è un attributo negativo della mente inferiore. E’ una modificazione del desiderio che emerge in una mente piena di passione. E’ il primogenito dell’ignoranza o della non discriminazione. E’ il più grande ostacolo nel cammino dello Yoga. E’ il calvario della vita. Contrae il cuore all’infinito e identifica l’idea di separazione dagli altri. L’egoismo va mano nella mano con l’ipocrisia, la vanità, la miseria, l’imbroglio, la disonestà e l’orgoglio. Come eradicare questo egoismo? La risposta è piuttosto semplice. Servizio disinteressato in una forma o nell’altra, coltivare le qualità delle virtù opposte quali nobiltà, magnanimità, essere disinteressati, integrità, generosità, natura caritatevole, pietà e amore universale; tutte queste lastricheranno una lunga via nell’eradicazione della malattia critica, il nemico mortale della pace e dello Yoga. Il positivo è più potente del negativo. Questo è un detto infallibile nello Yoga. Per riassumere i fondamentali requisiti per la pratica dello Yoga: dovresti essere assolutamente senza paura, avere cura di ogni creatura che respira, rispetto per la verità, continenza, dovresti non essere avido, vivere una vita di accontentamento, austerità, senza rabbia né ipocrisia. L’eccellenza morale non è l’obiettivo finale della vita ma è solo un mezzo per quel fine. Quando uno Yogi è stabilito in queste virtù, ottiene alcuni poteri come l’efficacia della parola, l’arrivo non ricercato di ricchezze, il vigore nel corpo e nella mente, la partecipazione chiara e lucida agli eventi della vita, chiarezza di pensiero, fermezza dell’attenzione, controllo dei sensi, gioia immensa ed intuizione.
Osserva il voto del silenzio. Mantieni la mente pienamente occupata. Siedi nella tua Asana preferita e pratica regolarmente meditazione. Canta i Nomi del Signore. Gira i grani (del rosario). Studia le scritture. Pratica la continenza e sii moderato nell’atto sessuale. Prendi mandorle e zucchero candito tutti i giorni.Lascia in ammollo dieci-dodici mandorle per una notte. Il giorno dopo pelale e mangiale insieme allo zucchero candito. Non consultare i dottori. Allontana la mente dal corpo. Sii sempre allegro. Sorridi, fischietta, ridi, danza in gioia e in estasi. Pensa a Dio e medita su di Lui con vera devozione e sentimento e immergiti in Lui. Questo l’obiettivo della vita. Lo hai raggiunto dopo una lunga e continuata lotta durata alcuni anni con zelo ed entusiasmo. Sei diventato un Jivanmukta.