I nostri pensieri divengono il nostro mondo. Noi diventiamo ciò che pensiamo. Questo è l'eterno mistero. (Maitri Upanisad)

venerdì 9 dicembre 2011

vimala thakar: il risveglio verso la rivoluzione totale














In un’epoca in cui la sopravvivenza della specie umana è in pericolo, tenere in vita lo status quo vuol dire cooperare con la follia e contribuire al caos. Quando l’oscurità sommerge lo spirito dell’umanità, le persone impegnate devono urgentemente risvegliarsi ed elevarsi verso la rivoluzione.
La furbizia della mente umana ci ha portato a questa crisi complicata, orribile e universale. Le soluzioni basate su una concezione tradizionale dell’uomo, continuano a fallire, a essere pateticamente inadeguate. Tuttavia investiamo molte risorse in queste vecchie soluzioni, con l’idea che se raggiungiamo una scala sufficientemente grande, esse risolveranno i nuovi problemi. Abbiamo il coraggio di vedere i fallimenti per quello che sono, lasciandoli al passato? Abbiamo la forza di andare al di là di filosofie anguste e unilaterali, per aprirci alla totalità e all’interezza?
Ciò che occorre adesso è andare al di là del frammentario, per risvegliarci alla rivoluzione totale. Ciò che occorre adesso non sono le formule rivoluzionarie del passato. Se hanno fallito, perché continuare a trascinarle con noi, magari sotto nuove vesti? Oggi la sfida è creare una rivoluzione completamente nuova, vitale, che includa la totalità dell’esistenza. Non abbiamo mai avuto il coraggio di abbracciare la totalità della vita nella sua imponente bellezza; ci siamo accontentati dei frammenti, di nicchie dove ci sentiamo concettualmente al sicuro ed emotivamente tranquilli. Potremmo anche tenere le nostre piccole e confortevoli nicchie, non fosse per la terribile confusione che abbiamo creato cercando di spezzare l’unità cosmica in piccoli frammenti. Abbiamo creato un caos orribile, e cerchiamo di porre riparo alla complicata situazione con le più superficiali e raffazzonate cure.
Oggi, con le cicatrici dei fallimenti passati che deturpano la nostra esistenza e le paure del futuro che appesantiscono lo spirito, non possiamo più continuare con questo pericoloso gioco della frammentazione. Non possiamo più negare il fatto che siamo tutti collegati, uniti nella totalità. La scienza e la tecnologia hanno portato ognuno di noi in intima relazione con tutti gli altri. Siamo davvero una grande famiglia umana. Tuttavia, come famiglia umana, non abbiamo imparato a vivere insieme in pace, senza violenza né sfruttamento. All’inizio del ventesimo secolo, Bertrand Russell ha scritto: “L’uomo sa volare in aria come un uccello, sa nuotare nell’acqua come un pesce, ma non sa vivere in mezzo agli altri esseri umani”.
Benché la nostra sopravvivenza sia a rischio, tendiamo a considerare la crisi in modo superficiale, emotivo e sentimentale. Abbiamo cercato, in modi sottili, di non attribuire a noi la colpa per la situazione della famiglia umana. Pensiamo di essere – noi o il nostro piccolo gruppo – persone sincere e amanti della pace, e attribuiamo agli estranei, a chi sta fuori dal gruppo, ai furfanti assetati di potere, la responsabilità per ogni guerra o aggressione.
Tuttavia, come possiamo noi, membri di società preparate alla guerra, chiamarci fuori in quanto “amanti della pace” accusando gli altri di violenza? Ma questo è ciò che cerchiamo di fare. Vediamo alla TV, o ascoltiamo alla radio di guerre e massacri che accadono in vari Paesi, e pensiamo quanto sia stupido farsi la guerra, chiedendoci perché i politici e gli uomini di Stato non hanno il buon senso di mettere fine a tutte queste sciocchezze. Questa è la reazione forse di ogni cittadino sensibile del mondo. Ma chi è che fa la guerra? Dove sono la radici di quest’ultima? Nelle menti di pochi individui che governano i rispettivi Paesi? Oppure nei sistemi che noi abbiamo creato e nei quali viviamo da secoli: il sistema economico, politico, amministrativo, industriale? Se non siamo dei romantici o dei sentimentali, e non ci accontentiamo di una semplice reazione emotiva, dicendo quanto sono brutte le guerre, ma andiamo in profondità, non troveremo forse le radici della guerra nei sistemi e nelle strutture che abbiamo accettato?
Scopriremo che esistono sistemi e strutture che conducono inevitabilmente all’aggressione, allo sfruttamento e alla guerra. Abbiamo accettato l’aggressione come stile di vita. Creiamo strutture che culminano nella guerra, e ci trinceriamo dietro di esse. Mantenere le strutture ed evitare le guerre non è possibile. Io e te, come individui, dobbiamo comprendere in che modo siamo responsabili, come cooperiamo con il sistema e quindi partecipiamo alla violenza e alla guerra. Quindi, dobbiamo cominciare a chiederci se possiamo smettere di cooperare con il sistema, di partecipare alle guerre, e cercare stili di vita alternativi.
Dobbiamo andare alle radici del problema, al centro della psiche umana, riconoscendo che l’azione sociale collettiva comincia dall’azione nella vita individuale. Non possiamo separare l’individuo dalla società. Ognuno di noi contiene la società quando ne accetta la struttura, le priorità stabilite per noi dai governanti e dagli Stati. Siamo espressioni della società, ripetiamo il modello creato per noi, e siamo felici perché ci vengono dati comfort, svaghi, divertimenti, sicurezza fisica ed economica. Ci hanno educato a essere ossessionati dalla sicurezza: il domani ci preoccupa molto più della responsabilità per l’oggi.

continua a leggere...

Vimala Thakar, Spirituality and Social Action: A Holistic Approach, 1984

venerdì 2 dicembre 2011

vimala thakar: il mistero del silenzio - la trasformazione (testo italiano)














"Se riusciamo a osservare il nostro modo di vivere in tutta umiltà, vedremo che non sappiamo vivere. Basta il più piccolo movimento, e c'è esasperazione, irritazione, inibizione, paura. La più piccola necessità di entrare in rapporto con gli altri, ed ecco che la mente si dà da fare. Vivere è muoversi con l'integrità del proprio essere, in armonia: vivere è muoversi senza attrito interiore, con la totalità del proprio essere in armonia. La sfida della trasformazione è avvertita da chi sente che vivere è muoversi, totalmente, da una situazione all'altra, da un rapporto all'altro, con la totalità del proprio essere, in tale libertà e in tale armonia che l'atto di muoversi non è sentito come una prova tremenda ma come una festa, come qualcosa da godere".
 
"Non avere pregiudizi su nessuno degli aspetti della vita è assolutamente, estremamente necessario. Altrimenti la ricerca viene distorta e inquinata fin dall'inizio, perché considero la vita fisica materiale disprezzabile, e guardo dall'alto in basso i rapporti fisici come qualcosa di non religioso, di non spirituale. Non c'è nulla di non spirituale nella vita, tranne ciò che la mente crea e a cui indulge. Perciò, un ricercatore deve entrare in contatto con la totalità e non permettere che la mente si faccia inquinare da questa sua idea che ci sia qualcosa di non spirituale. Perché vedete, è sempre la stessa cosa, sia che abbiate un pregiudizio verso qualcosa o che la veneriate, sia che la condanniate o che la vezzeggiate. Tenersi alla larga dai due estremi e dirsi: «Non ho mai considerato nulla in vita mia senza pregiudizi»; dirsi: «Ho sempre considerato le cose e reagito, o risposto, sull'onda del pregiudizio, di teoria o di ideologie»; dirsi questo e liberarsi dall'abitudine del pregiudizio e delle tendenze, significa porre le basi giuste per la ricerca".


"Perché vi sia una trasformazione nessun movimento dev'essere ripetitivo o meccanico. Quando vivo in modo ripetitivo e meccanico non mi serve la qualità della sensibilità, dell'attenzione. Vedete qual è il gioco della mente? La mente non deve essere vigile e sensibile, quando ripete uno schema. Quando prende un'abitudine, non ha bisogno di essere attenta. Essere attenti richiede sensibilità, perciò l'uomo ha continuato a baloccarsi creando nuovi schemi abituali, splendidi modelli di schemi abituali. Viaggiando per i vari continenti si potrebbe vedere tutta la cultura umana come una grande giardino pieno di modelli e schemi di comportamento: comportamento verbale, comportamento fisico, comportamento mentale e così via. Perciò dovrò imparare a liberarmi dall'azione ripetitiva, meccanica, in primo luogo sul piano fisico: a non fare nulla distrattamente, in modo meccanico o ripetitivo. Quando fate un movimento distrattamente, passivamente, non siete là. È l'abitudine che si muove nel tempo, non voi".

"Cos'è l'attenzione non reattiva? Un oggetto si presenta alla mia coscienza e io non mi rapporto all'oggetto. La reazione interviene quando mi rapporto all'oggetto o per fare qualcosa all'oggetto o per fare qualcosa con l'oggetto o per ottenere qualcosa dall'oggetto. Quando non rapporto me stessa, l'ego, all'oggetto, c'è un'attenzione non reattiva. Quindi la mente si muove e io la osservo. Quando si sostiene questo stato di attenzione, l'impeto del passato si spegne da sé, perché non ha alcun ruolo. E quando i contenuti della psiche sono lasciati liberi di manifestarsi e vengono guardati senza paura, è possibile a ogni essere umano guardarli, basta che non abbia immagini di se stesso da difendere. Quando i contenuti vengono osservati in questo modo, e non c'è nulla di più da osservare, la separazione fra osservatore e osservato scompare da sé. Con l'aiuto dello specchio dell'attenzione non reattiva, guardo i contenuti. Quando l'osservazione è finita, senza combattere con lo specchio, vi allontanate semplicemente dallo specchio. Avete guardato la figura, il vostro corpo. Non c'è più nulla da guardare. Allora l'osservatore scompare. Voi ci siete, ma non l'osservatore. Allo stesso modo, quando i contenuti della psiche sono lasciati liberi di esporsi all'attenzione, e sono lasciati liberi di farlo innocentemente, naturalmente, seguendo il proprio moto, la propria velocità, e non c'è più nulla da osservare, la separazione, la scissione, svanisce, si dissolve. Perciò la separazione non c'è più, e si resta in uno stato di espansione della psiche, della coscienza, dove non c'è centro né circonferenza, periferia. È l'inizio di ciò che chiamiamo silenzio. L'ultima attività dell'io-coscienza entra volontariamente e gentilmente in uno stato di sospensione quando l'osservazione è terminata, e si resta in un oceano di coscienza. E ci si ritrova in una tremenda vastità, in una voragine senza fondo, un'esistenza senza direzione. Perché ero lo scopo a dare la direzione; era l'ideologia che mi indicava una destinazione. Era l'io-coscienza che mi dava la sensazione di un centro, di una centralità e sicurezza. Ora non c'è nulla. C'è soltanto una vasta distesa di energia, di coscienza. La coscienza è energia senza centro né circonferenza. E chi veramente arriva lì ha come primo impatto la sensazione di essersi sperduto: «Dove sono?». La dimensione del silenzio è una nuova dimensione a cui l'uomo non è abituato, con cui non ha dimestichezza. È una dimensione del tutto nuova dove c'è un nuovo movimento, un nuovo tipo di moto, non un movimento cerebrale".

da Vimala Thakar, Il mistero del silenzio

sabato 26 novembre 2011

Khechari Mudra, mudra del silenzio e della vittoria sui sensi




“L'eccellente saggio, seduto in vajrâsana, privo di ogni contrarietà, fissando fermamente lo sguardo tra le sopracciglia, sistemi con cura la lingua rovesciata all’indietro nella cavità che sta sotto l'epiglottide, dove vi è il nettare. Ho descritto questa mudrâ, chiamata khecarî, per esaudire i desideri dei miei devoti. Questa mudrâ, madre dei successi, mi è più cara della vita; grazie alla sua pratica eseguita incessantemente lo yogin, ogni giorno, beve il nettare per mezzo del quale può ottenere la vigrahasiddhi e, come un leone, domina l'elefante della morte. Sia egli puro o impuro, in qualunque stato si trovi, se la khecarîmudrâ è compiuta correttamente, diventa puro, non c'è dubbio”. dalla Shiva Samhita

“Quando si gira la lingua e la si introduce nella cavità interna del cranio, dietro il palato,
e si fissa lo sguardo nello spazio fra le sopracciglia ecco la khecarîmudrâ. Rientrando la lingua verso il palato posteriore la si deve applicare contro le tre vie”. dall’Hatha Yoga Pradipika


Per eseguire khecarimudrâ si spinge la lingua verso la gola, rivoltandola su se stessa e fissando lo sguardo tra le sopracciglia; lo scopo di khecarîmudrâ consiste nell’impedire che il fluido vitale, paragonato al nettare che trasuda dalla luna, posta nel chakra del capo, sgoccioli verso i centri inferiori.

lunedì 21 novembre 2011

Mahamudra: il grande sigillo









“Tenendo con le due mani il piede destro teso in avanti, chiuse le nove porte del corpo, appoggiato il mento sul petto, concentrando le vibrazioni della mente, lo yogin pratichi il vâyusâdhana. Questa è la mahâmudrâ, tenuta segreta in tutti i Tantra; dopo averla praticata sul lato sinistro, di nuovo la ripeta sul lato destro lo yogin dalla mente ferma, eseguendo il prânâyâma. In questo modo anche lo yogin sfortunato ottiene lo stimolo di tutte le nâdi, la morte del bindu, la vita del rajas, la distruzione dei peccati, la fine di tutte le malattie, l'aumento del succo gastrico, lo splendore puro della bellezza, la distruzione della vecchiaia e della morte, il frutto della prosperità desiderata, la felicità, l'annientamento dei sensi. Lo yogin, immerso nello Yoga, può ottenere tutti i vantaggi elencati sopra, servendosi di tale pratica; di certo non deve esitare a intraprenderla”.
dalla Siva Samhita.


Il modo per realizzare mahâmudrâ è il seguente: afferrare l'alluce del piede destro e piegarsi in avanti finché la fronte poggia sul ginocchio destro. In questa posizione si inspira e si trattiene il fiato; durante la fase di ritenzione si applicano uddiyana e mula banda; poi, con gli occhi chiusi e la mente assorta, ci si concentra sullo spazio tra le sopracciglia.

mercoledì 16 novembre 2011

vimala thakar: il mistero del silenzio - la meditazione (testo italiano)














"La meditazione è lo stato in cui c'è una consapevolezza senza sforzo e senza scelta di ciò che la vita è dentro e intorno a noi. Si tratta dunque di uno stato, di un modo d'essere, non di un'attività".

"Bisogna imparare che cos'è l'osservazione. Se io sono colui che esperisce, allora verrò coinvolto nel processo di esperire, e non sarò capace di osservare il movimento della mente. Mentre sedevamo per qualche minuto in silenzio, dovete aver notato il pianto di un bambino. La mente faceva resistenza? Se la mente resiste allora c'è una frizione, e la frizione sfocia nella noia e nell'irritazione, e lo stato di osservazione va perduto. Ogni reazione nasce dalla resistenza. Non resistete. Avete mai notato le resistenze agli eventi della vita? L'emozione crea una resistenza, una divisione. Voi volete interpretare l'evento, identificarlo, riconoscerlo, valutarlo, dargli un'etichetta e collocarlo nella memoria sotto qualche categoria, in modo che tale esperienza vi sia utile per un'ulteriore interpretazione degli eventi. Desideriamo avere una difesa, e le esperienze sono parte del meccanismo di difesa, così come lo è la conoscenza. Abbiamo paura di essere esposti alla vita, di vivere in uno stato di innocenza, di assoluta, incondizionata vulnerabilità al nudo tocco della vita così com'è. Vogliamo coltivare le resistenze, acquisire risposte sotto forma di esperienza, immagazzinarle nella memoria, cosicché si possa aprire il cassetto o lo schedario della memoria, riferirsi a esso ogni qualvolta ci sia una sfida e tirar fuori la risposta condizionata. Avete notato quanto è monca, sbilanciata la crescita dell'uomo? Egli ha raffinato il cervello perdendo l'eleganza della semplicità; ha perso la capacità di guardare le cose senza nessun movente, con innocenza, senza trasformare l'atto e l'oggetto di osservazione in un mezzo volto a un fine. L'eleganza, la bellezza della semplicità e dell'innocenza sono perse per l'uomo. Occorre crescere verso la vulnerabilità, la tenerezza, la duttilità della meditazione e allora soltanto l'uomo sarà degno del proprio nome.L'uomo vive in uno stato più o meno nevrotico. Le nostre risposte sono inibite, le nostre percezioni condizionate. Non c'è alcuna spontaneità nella vita. Soltanto un processo meccanico di reazione in conformità con il condizionamento, la tradizione, le ambizioni, i movimenti personali e così via. Occorre stare quietamente con se stessi per un po' di tempo a osservare il movimento del pensiero, nello stato di osservazione. Bisogna impararlo, perché, non appena vi ponete nello stato di osservazione, riemerge la vecchia abitudine dell'introspezione, della valutazione. In una frazione di secondo lo stato di osservazione può andar perduto: allora diventate il giudice, colui che fa, colui che esperisce. Bisogna educarsi di giorno in giorno.Non è facile quello stato di osservazione in cui non fate qualcosa, in cui non siete attivi, né inattivi, in cui non state oziando e nemmeno non facendo; in cui l'attività mentale dualistica è tenuta in acquiescenza e resta attiva soltanto l'osservazione, né colui che fa, né colui che esperisce".

"La meditazione è uno stato dell'essere totale. Il corpo è totalmente rilassato. In questo rilassamento completo si libera una nuova energia. Chi vive continuamente in questo totale rilassamento, possiede tale infinita energia creativa, che lo mantiene eternamente fresco e spontaneo. La freschezza è il contenuto dell'innocenza. Totale rilassamento e totale rigenerazione vanno sempre insieme. Sembra che nello stato di meditazione l'intelligenza usi il corpo e la mente senza alcuna tensione, conflitto o contraddizione; in genere i pensieri e le emozioni nascono da alcuni moventi e sfociano in tensione neurologica o pressione chimica. Il pensiero è attaccato alla coscienza dell'io. È incatenato al noto, al passato e a tutto il condizionamento che costituisce la nostra coscienza. Il movimento cerebrale che scaturisce dall'ego sfocia in tensioni nervose. Finché il movimento cerebrale è radicato in moventi, tensioni, ambizioni o sentimenti del genere, non può esserci rilassamento. Senza rilassamento non può esserci spontaneità. A differenza dei movimenti mentali, il movimento senza tensioni non vi esaurisce. Quando si cresce in questa nuova dimensione della vita, diventa possibile muoversi attraverso una quantità di relazioni diverse senza lasciarsi dietro alcuna cicatrice di memoria. Si cresce in un modo di vivere interamente nuovo. Si usa il corpo in modo diverso, si usa la mente in un modo qualitativamente diverso. Persino l'uso della parola passa attraverso un cambiamento radicale. Tali cambiamenti non sono prodotti da uno sforzo cosciente: hanno luogo con naturalezza, facilità e grazia. La trasformazione è un evento che ha luogo spontaneamente. Non si può mai produrre intenzionalmente.
Non appena prendete la determinazione di produrre una trasformazione, diventate vittima delle tensioni cerebrali. La purezza non si può trapiantare artificialmente. Deve crescere dentro di me. Gran parte di noi è vittima dell'irrequietezza verbale. Siamo schiavi di una verbalizzazione non accurata. Pochissimi di noi si rendono conto che esiste una relazione intima fra la libertà della parola e lo stato di meditazione. Non sarà necessario imporre alla mente una quiete forzata. Ogni limitazione costituisce una forma di violenza. Ogni regolamento è una forma di sottile violenza contro se stessi. Come educare la mente in modo che non ci sia bisogno di forzarla a fare o non fare qualcosa? È necessario imparare come si osserva. Osservare significa guardare una cosa da un punto di vista non soggettivo; osservarla senza valutare né giudicare. Il processo di gradire o sgradire, di comparare e giudicare, complica le percezioni. Come educare la mente a osservare? Un sistema è quello di guardare i movimenti mentali; guardarli in una quiete sostenuta, continua. All'inizio lo stato di osservazione durerà soltanto un secondo o due, dopodiché si ricadrà immediatamente nell'abitudine di chi fa, esperisce, interpreta e così via. Bisogna essere consapevoli dello stato di disattenzione".

Vimala Thakar, Il mistero del silenzio

continua a leggere...

mercoledì 9 novembre 2011

vimala thakar: rivoluzione interiore e rivoluzione esteriore












Vimala Thakar (15.4.1923 - 11.3.2009), una delle più rilevanti leader spirituali indipendenti dell'India contemporanea. Da sempre rivoluzionaria a livello spirituale e politico, per lei l'attivismo sociale è espressione della ricerca spirituale.
Nasce in India, studia filosofia orientale e occidentale all'Università di Nagpur. In un tempo in cui studiare è assolutamente eccezionale per una donna in India, Vimala-ji, come veniva affettuosamente chiamata, riuscì a seguire e a completare gli studi universitari nel proprio paese e in Inghilterra.
Per quattordici anni partecipa attivamente al Bhudan Yajna (Bhoodan Movement - Movimento del dono della terra) di ispirazione gandhiana, fondato da Vinobha Bhave, che ha come obiettivo la ridistribuzione delle terre.
Nel 1956 incontra Jiddu Krishnamurti, il maestro che imprime una profonda svolta al suo pensiero e alla sua crescita interiore; segna, infatti, profondamente la sua ricerca che la porta ad abbracciare la vita "senza scopo e senza direzione" cui si sentiva spinta fin dall'infanzia. Fu per lei chiaro che la radice di ogni sofferenza è da ricercarsi nei meccanismi della mente, e che soltanto la libertà interiore conquistata dall'individuo ha una reale riverberazione sociale.
Dal 1962 si impegna in Oriente e in molti paesi europei, tra cui l'Italia, in un'intensa attività di conferenze e seminari di meditazione, attraverso i quali comunica in modo molto diretto la sua esperienza e la sua visione della vita dedicando uno spazio particolare alla natura del cambiamento interiore, per lei legato a una ricerca intensa, libera da ogni dogma o autorità costituiti.
Dal 1979 al 1982 Vimala sospende i viaggi di insegnamento nel mondo, poiché si è riaccesa in lei la fiamma in difesa dei diritti sociali; durante la sua permanenza in India riprende a viaggiare di villaggio in villaggio parlando con i cittadini dei problemi locali e fondando centri in cui istruire gli abitanti dei villaggi sulle industrie agro-centrate, sulla sanità, l'autogoverno locale e la cittadinanza democratica attiva.
Dopo questa pausa, ella inizia di nuovo a viaggiare all'estero, con la messa a fuoco del suo insegnamento che, ora, comprende più pienamente la sua passione per entrambe le rivoluzioni: interiore ed esteriore.
Nel 1991 interrompe definitivamente i suoi viaggi al di fuori dell'India e si stabilisce sul Monte Abu, nel Rajasthan, nella casa che le è stata donata (trascorre i mesi estivi ad Ahmedabad, in Gujarat e a Dalhousie, ai piedi dell'Himalaya) dove continua, sino al completamento del suo percorso terreno, a condurre gruppi di ricerca e campi di meditazione con persone provenienti da tutto il mondo.

Tra i suoi libri IL MISTERO DEL SILENZIO

mercoledì 2 novembre 2011

Yogavasistha: i racconti del saggio Valmiki














Lo Yoga Vasishtha è un antico e importante  testo sanscrito sul Vedanta. Vasishtha era un grande Rishi che impartì la conoscenza suprema al principe Rama, suo discepolo. L’opera è attribuita a Maharishi Valmiki – il sommo poeta del Ramayana – che racconta gli insegnamenti che Vasishtha trasmise a Rama servendosi di antiche e bellissime storie.

Vasishtha inizia progressivamente Rama alla conoscenza dell’Anima e nello stesso tempo gli spiega come e perché deve agire nel mondo. Chi pratica la ricerca del Sé o dell’Assoluto troverà in questo libro un tesoro inestimabile. Chi lo studia con mente concentrata può ottenere l’illuminazione; le persone assetate di liberazione trarranno certamente beneficio dal suo studio e vi troveranno una miniera inesauribile di conoscenza e di pratiche istruzioni spirituali.

Secondo lo Yoga Vasishtha, il mondo dell’esperienza con tutte le sue leggi, gli oggetti, lo spazio e il tempo sono soltanto creazioni della mente. Il suo insegnamento principale è che tutto è Coscienza, incluso il mondo materiale: il mondo è solo il gioco della Coscienza.

"Vasista disse: Colui che è  investito delle qualità che ho enumerato è qualificato ad ascoltare ciò che sto per rivelare. Tu sei invero una tale persona, o Rama. Soltanto colui che è maturo per la liberazione può udire questo. Ma questa rivelazione è capace di condurre alla liberazione anche se non la si desidera, proprio come una luce è capace di illuminare gli occhi di un dormiente. Colui che semina il seme della conoscenza di questa scrittura, presto otterrà il frutto della realizzazione della Verità. Colui che ascolta e riflette sull' esposizione di questa scrittura gioisce di una saggezza insondabile, una ferma convinzione e un'imperturbabile calma di spirito. Presto diventa un saggio liberato la cui gloria è indescrivibile. Colui che  studia questa scrittura e ne contempla il significato non ha bisogno di intraprendere austerità, meditazione o japa, dato che non c'è nulla di più grande della liberazione concessa dallo studio di questa scrittura. O Rama, quando una verità che non è stata personalmente sperimentata viene ascoltata, non la si afferra, eccetto che con l'aiuto di un esempio. Questi esempi o parabole sono stati usati in questa scrittura con uno scopo definito e un'intenzione limitata. Non devono essere presi letteralmente, né il significato deve essere portato oltre l’intenzione. Quando la scrittura viene studiata in questo modo, il mondo sembra un sogno o un'illusione".

testo italiano integrale (download)