I nostri pensieri divengono il nostro mondo. Noi diventiamo ciò che pensiamo. Questo è l'eterno mistero. (Maitri Upanisad)

venerdì 28 settembre 2012

Inno sul principio della creazione, dal Rg Veda








In quel momento non vi era né l’esistente, né il non-esistente.
Non vi era aria, né il cielo che è al di là.
Che cosa conteneva? Dove? Chi proteggeva?
C’era l’acqua, insondabile, profonda?

In quel momento non vi era né la morte né l’immortalità.
Non vi era segno della notte, né nel giorno.
L’Uno respirava, senza respiro, con il suo stesso potere.
Oltre a quello non vi era nient’altro.

In principio vi era oscurità nascosta da oscurità;
indistinguibile, tutto questo era acqua.
Ciò che era nascosto dal vuoto, l’Uno, venendo in essere,
sorse attraverso il potere dell’ardore.

In principio il desiderio venne prima di tutto,
che fu il primo seme della mente.
I saggi che cercavano nei loro cuori con saggezza
scoprirono il legame dell’esistente con il non-esistente.

La loro corda fu estesa attraverso:
che cosa c’era al di sotto e che cosa c’era al di sopra?
C’erano portatori di semi, c’erano poteri;
vi era energia al di sotto, e impulso al di sopra.

Chi lo sa veramente? Chi può qui dichiarare
da dove è stata prodotta, da dove viene la creazione?
Dalla creazione di questo universo gli Dei vennero successivamente:
chi allora sa da dove ciò è sorto?

Da dove questa creazione sia sorta,
se lui l’ha fondata oppure no:
lui che la sorveglia nel più alto dei cieli,
lui solo lo sa, o forse non lo sa.

Rg Veda X, 129

domenica 23 settembre 2012

Om Hamsa So Ham, il mantra dell'identità con lo spirito universale
















AUM HAMSAH SO HAM

HAM è il seme verbale dell’etere, akasha bija, SA rappresenta il sole

Il mantra deve essere ripetuto al ritmo del respiro e realizza i quattro scopi della vita: virtù, gioia, prosperità, liberazione

“Il cigno Hamsa simboleggia la conoscenza, il prāna ed il raggiungimento dei più elevati risultati, per la sua capacità di trascendere ogni limite e di solcare lo spazio di tutti gli elementi, cielo, acqua e terra; le sillabe sanscrite Ham Sa, ripetute nel palindromo Sa Ham, esprimono il senso della conoscenza vedica e dell’unione con il cosmo: io sono quello, quello è me” .
da "L'elefante e la metropoli" di Luca Cangemi 

SO HAM è onomatopeico del ritmo respiratorio (Ham nell'inspirazione, So nell'espirazione) e nell'iterazione può essere inteso come So 'ham, So 'ham, "Quello son io", con cui si afferma l'identità con lo spirito universale. 

leggi HAMSA Upanisad

mercoledì 19 settembre 2012

Ganesh Chaturthi























Oggi si celebra Ganesh Chaturthi, il compleanno di Ganesha.

I Mantra per il Chaturthi

"Ganesa, o Ganapati, è il signore delle masse e delle categorie, Gana; colui che è oltre i Guna, - con la parola sanscrita Guna si indicano le tre categorie dell’essere: rajas, sattva, tamas (esistenza, coscienza ed esperienza, o anche energia, equilibrio ed inerzia - ed al tempo stesso li incarna tutti:

tu oltre i quattro stati della parola,

tu oltre la triade dei Guna,

tu oltre la triade dei luoghi,

tu oltre la triade dei corpi,

tu oltre la triade dei tempi.

Ganapati Upanisad, IV, 2-6.

Oltre il tempo: Vighnesvara, uno degli attributi di Ganesha, è il signore che rimuove gli ostacoli, interrompe la scansione del tempo storico tra passato, presente, futuro e “fa sparire il timore inerente al tempo e alla durata” (A. Sankarāchārya, commento alla Ganapati Upanisad, VII sec.)

[…] molteplici sono le storie della nascita di Ganesha.

Un giorno, Parvati voleva fare il bagno, e creò dalla farina di grano con cui si cospargeva il corpo il giovane Ganesha; poi lo pose di guardia all’entrata del bagno, chiedendogli di non far avvicinare nessuno. Quando si avvicinò uno sconosciuto, il giovane lo respinse, ma a voler entrare era Shiva, compagno di Parvati, che non sapeva della nascita del ragazzo e che, infuriato, lottò con lui fino a tagliargli la testa con il tridente. La madre era addolorata e Shiva, disperato per aver ucciso il figlio, vagava in cerca di una soluzione, quando vide un’altra madre addolorata che piangeva il proprio figlio: erano elefanti. Dalla testa dell’elefantino e dal corpo del giovane morto, rinasce Ganesha.

In altri racconti, Parvati desiderava un figlio e per un anno offrì una puja a Vishnu, che si incarnò sotto forma di Krishna nel bambino appena nato, ma durante i festeggiamenti Parvati invitò Sani, figlio del dio Surya, il sole, a guardarlo, dimenticandone i poteri fatali: il suo sguardo incenerì la testa del bambino, che fu sostituita con quella di un elefantino; o ancora, il figlio di Parvati ricevette la testa di Gajasura, uno spiritello dispettoso con sembianze di elefante che, approfittando della facilità con cui Shiva concede sempre grazie ai propri devoti, aveva ottenuto di poter tenere il dio nel proprio ventre. Dopo averlo liberato, l’asura gli chiese di esaudire ancora un desiderio: che la propria testa fosse adorata come una divinità.

Ad accomunare tutte le diverse “traduzioni” del mito, vi sono sempre la generazione del figlio ad opera soltanto della madre Parvati, e la simbologia delle sembianze d’elefante, metafora dell’unione profonda tra umano ed animale, che rendono Ganesha una straordinaria rappresentazione dell’ibridità e dell’alterità […].

È dalla propria testa di elefante che Ganesha ruppe una zanna, dimostrando un grande amore nell’impegno di “traduttore” del Mahābhārata:

Il saggio Vyāsa, che per tutta la sua vita aveva sempre mantenuto fede ai propri voti e osservato le pratiche delle ascesi spirituali, studiò con grande attenzione e serietà l’eterna conoscenza contenuta nei Veda, testi che a quel tempo non erano ancora stati messi per iscritto, ma erano ripetuti solo in forma orale. […] Nella sua mente vasta e profonda come l’oceano, la storia che avrebbe poi chiamato Mahābhārata prese corpo, con tutte le sue delicate forme espressive e i suoi concetti divini racchiusi nell’incalzare delle vicende. Dal giorno in cui il saggio aveva cominciato a meditare e a richiamare nella sua mente il Mahābhārata erano trascorsi diversi anni e, quando alla fine lo ebbe terminato, ritenne opportuno metterlo per iscritto in modo da divulgarlo tra le genti. In quei giorni in suo aiuto venne il Deva Ganesha che fu ben felice di accettare l’incarico di scrivano (I,2).

Vyāsa e Ganesha si erano reciprocamente promessi di non si fermarsi mai durante la stesura del poema; quando la sua penna si spezzò, il dio non esitò a rompere una delle proprie zanne per intingerla nell’inchiostro, per questo è chiamato anche Ekadanta, colui che ha una sola zanna. Se ogni traduttore mette nel proprio lavoro una parte di sé, Ganesha ci ha messo anche la zanna… […]

Amore, intelligenza o entrambi? Cosa muove il piccolo Ganesha, nella giocosa sfida lanciata da Shiva per assegnare un mango come premio al primo tra i due figli capace di compiere velocemente un giro del mondo? Mentre Skanda - o Kartikeya, figlio minore di Parvati e Shiva, fratello di Ganesha - si lancia in un vorticoso viaggio intorno al pianeta, sulle ali del suo pavone, Ganesha gira attorno ai genitori, pretendendo il mango, perché Parvati e Shiva sono tutto l’universo: il microcosmo ed il macrocosmo coincidono. È questo il senso più profondo della simbologia di Ganapati, in cui il corpo umano incarna il microcosmo, la testa dell’elefante esprime la coscienza dell’universo, l’Atman che tutto pervade, e la loro comunione esprime la non dualità della formula upanisadica tat tvam asi: tu sei quello. Ulteriori significati sono dati dalle grandi orecchie, simili ai setacci per dividere il grano dalla pula, simbolo del discernimento, e dalla costante presenza di un piccolo topo, Mūsika Vāhana, capace di vedere al buio e muoversi anche nell’oscurità, superando l’ignoranza".





lunedì 10 settembre 2012

Ahimsa e alimentazione








“Di fronte a colui che è fermamente stabilito nell’ahimsa, spontaneamente tutti abbandonano l’ostilità e la violenza”. Yoga Sutra, II, 35

«La natura desiderabile di questa siddhi è evidente. Ovunque uno yogi perfetto nell’ahimsa si trovi, non può sorgere nessuna ostilità, e se è già presente in qualche forma, alla comparsa dello yogi cesserà spontaneamente. La perfezione nell’ahimsa è la realizzazione vivente della preghiera di San Francesco, ed è veramente uno strumento di pace divina. […] Molte volte è stato osservato che in presenza di saggi perfetti, gli animali selvatici diventano docili, anche amichevoli, non solo verso gli esseri umani ma anche verso i loro nemici abituali e le prede. “In presenza di colui che segue l’ahimsa, anche nemici naturali come il serpente e la mangusta rinunciarno al loro antagonismo”, dice Shankara. Molti esseri umani dall’indole violenta sono diventati pacifici e gentili dopo il contatto con un santo che fosse perfettamente realizzato nell’ahimsa».

da Swami Nirmalananda Giri, Commento agli Yoga Sutra di Patanjali

«La dieta vegetariana trova le sue antiche radici nel concetto di ahimsā, ovvero il non nuocere in alcun modo ad alcun essere vivente, comune a molte correnti del Sanātana dharma, del buddhismo e del giainismo, che recepivano uno dei principi fondamentali della filosofia yoga (Yoga Sūtra, II, 30): “rinunciare ad ogni uccisione o crudeltà verso gli animali” (Shiva Samhitā, III, 33). Già lo Yajurveda recitava: “mangiare la carne di un cavallo o di altri animali è proibito da questi versi. Coloro che mangiano la carne degli animali dovrebbero estinguersi. Coloro che allevano e rendono utili gli animali meritano lodi; gli animali come i cavalli non dovrebbero essere uccisi, né le loro carni cucinate per essere mangiate (Yajurveda, XX, 30, 37).
[…] Nella tradizione vedica, invece, non vi è un animale più sacro degli altri, poiché tutto è partecipe di un’armonia cosmica; nella Bhagavadgītā, che evidenzia il passaggio dai riti sacrificali cruenti all’offerta di frutti della natura, il dio Krisna spiega ad Arjuna: “se qualcuno mi offre con devozione una foglia, un fiore, un frutto o dell’acqua, io accetto tale offerta fatta con amore da chi ha l’animo puro; tutto quello che si fa, tutto ciò che si mangia, tutto ciò che si offre, quali che siano le privazioni che si possano eseguire, o figlio di Kunti, deve essere fatto come se si trattasse di restituirmi qualcosa che io ti abbia dato (Bhagavadgītā, IX, 26-27). Ogni frutto della natura è un dono divino, perciò il cibo è considerato sacro e l’alimentazione fondamentale sia per l’equilibrio fisico che per l’equilibrio spirituale; pertanto, prima di essere cucinati, gli alimenti dovranno essere purificati lavandoli scrupolosamente, recitando i mantra ed aspergendoli con qualche goccia di ghī e, prima del pasto, dovranno essere offerti alle divinità».

da Luca Cangemi, L’elefante e la metropoli

«Attraverso l’offerta votiva di cibo si manifesta l’essenza della spiritualità […]; i cibi offerti a ciascuna divinità, nelle diverse regioni, hanno un valore simbolico e sono legati ai prodotti e alle tradizioni di un territorio; […] in Kerala, nel tempio di Ganesha si offrono dolci di riso, frutti tropicali e zucchero di palma, mentre nell’Andhra Pradesh nel tempio di Thirupati in alcuni giorni di festa si offrono alle divinità e ai pellegrini fino a settantamila porzioni di dolcetti fatti con farina di lenticchie, burro e zucchero (laddu), preparati da uno staff di trenta volontari che impiegano tre tonnellate di lenticchie, sei tonnellate di zucchero, due di burro chiarificato e montagne di uvetta, anacardi e cardamomo. In tutta l’India sono svariate centinaia i templi che ancora ospitano un gran numero di riti e cerimonie festeggiate con i cibi votivi tradizionali. Per accogliere questo mare di pellegrini hanno quindi dovuto attrezzare imponenti cucine e magazzini per la riserva del cibo, mense in grado di soddisfare tutti, oltre ovviamente ad organizzare i turni di volontari per la preparazione dei piatti, la distribuzione dei pasti, la pulizia di pentole e ambienti […]; questo tipo di servizio per la comunità, offerto volontariamente dai fedeli, rappresenta un modo per osservare la propria religione».

da Kumalè, Il mondo a tavola


lunedì 3 settembre 2012

Bhagavad Gita











Il Mahabharata è antichissimo e vasto, lungo sette volte l’Iliade e l’Odissea messe insieme, tre volte la Bibbia, con i suoi centomila versi è uno dei più lunghi poemi mai scritti. Al suo interno, settecento quartine di ottonari che hanno influenzato la storia dell’India ma anche quella del mondo intero: la Bhagavad-Gita, “Il canto del glorioso signore”, è un vero e proprio manuale d’istruzioni per vivere, scritto probabilmente nel II secolo a.C e proveniente da una tradizione orale precedente, secondo alcuni risalente a migliaia di anni prima.

Secondo la Bhagavad-Gita, peraltro articolata e ricca di sfumature, ognuno ha un suo dovere e un suo ruolo nel mondo, e deve compierlo con la massima devozione, senza alcun attaccamento al risultato, semplicemente dedicando in modo sincero le sue azioni al divino. Il poema, per usare le parole di Gandhi, “descrive la battaglia che sempre infuria tra gli infiniti Kaurava e Pandava che abitano dentro di noi. È una lotta tra le innumerevoli forze del bene e del male che si personificano in noi come vizi e virtù”.
La Bhagavad-Gita è un coraggioso invito alla vita attiva, con alcune fondamentali istruzioni pratiche sullo Yoga in quanto tecnica per imparare il controllo della mente e del corpo: “lo yoga che pone fine alla sofferenza è per chi è misurato nel cibo e nel divertimento, è misurato nelle sue azioni, è misurato nel sonno e nella veglia”. (VI 17)